14 ottobre 2025

La Chiesa di S. Agostino nel centro storico di Taranto

La Chiesa di S. Agostino sorge sulle rovine di un tempio pagano, probabilmente dedicato ad Afrodite.
Nata come cappella del convento degli Agostiniani, arrivati a Taranto nel 1402, secondo Mons. Blandamura è della prima metà del ‘500 e sorge su un precedente complesso, probabilmente dedicato a S. Cataldo.
Guardando bene all’esterno si nota l’esistenza di una parte più antica (Campanile), quindi una successiva (corpo della Chiesa) ed una sopraelevazione che da chiari segni di appartenere al ‘500.
La facciata è stata costruita nel 1772 ad opera del Carducci (nipote di Tommaso Nicolò D’Aquino) che abbellì la Chiesa allora fatiscente a causa di di danni dovuti ad eventi sismici.
Il Merodio ci fa sapere che nella Chiesa esisteva una cappella dedicata a Santa Maria degli Angeli che conteneva una miracolosa immagine della madonna che restituì la vista ad una donna cieca, rinvenuta in una grotta sotto l'Altare della Chiesa.
Un atto notarile del Settecento ci dice che sotto l'organo della Chiesa vi era la Cappella di Santa Maria della Consolazione, con le tele di Santa Monica e San Guglielmo.
Il convento è stato soppresso nel 1809 durante la repressione francese e trasformato in caserma per le truppe di passaggio. La Chiesa, probabilmente era destinata a subire la stessa sorte del Convento, ma rimase aperta al culto per funzionare come coadiutrice della Cattedrale, grazie all'interessamento di tre patrizi tarantini.
Per tutto l’Ottocento nella Chiesa si tenevano le riunioni del Consiglio Comunale.
Fino ai primi anni del '900 vi era un soffitto era ligneo, sul quale vi era il dipinto il Trionfo di S. Agostino e S. Nicola (1770).
La Chiesa, come ricorda una lapide posta all'ingresso, venne riaperta al culto il 5/2/1956 dopo una chiusura di ventinove anni a causa dei danni subiti durante il secondo conflitto mondiale.
Il convento, di proprietà comunale, per tutto l’Ottocento è stato al centro di numerosi progetti, non sempre portati a termine, tra i quali l'installazione in esso e nel contiguo Palazzo La Riccia, di un ospizio-ginnasio diretto dalle Figlie della Carità, mai realizzato.
Alla fine del secolo dopo vari lavori di ristrutturazione, fu assegnato alla Congregazione di Carità che si occupava della gestione delle opere pie cittadine per trasferirvi, nel 1892, l'istituto delle Verginelle.
Negli anni venti l'edificio fu convertito in Teatro S. Angelo.
I locali del convento, incamerati dal demanio nel 1960, dopo aver funzionato come scuola elementare, sono attualmente la sede del Centro di prima accoglienza per i minori disadattati.

La Facciata
La facciata settecentesca presenta una struttura semplice, tipica interpretazione locale del Rococò in forme sobrie e classicheggianti. Ha due ordini sovrapposti raccordati da volute con in basso due nicchie contenenti le statue di S. Agostino, Vescovo e Dottore della Chiesa, e di S. Monica sua madre.
Nel primo ordine è scandita da capitelli compositi (foglie di acanto, volute ioniche e la conchiglia al centro), nel secondo da capitelli ionici molto rovinati.
 
L'Interno
L’interno è a navata unica e presenta un presbiterio rettangolare separato da un arco maestoso e da una balaustra in marmo.
Le pareti sono scandite da paraste composite sormontate da un cornicione molto sporgente sul quale ci sono cinque finestroni per lato.
Entrando, sulla destra una lapide ne ricorda la riapertura avvenuta nel 1956 dopo 29 anni di chiusura. Accanto vi è la statua policroma della Pietà in cartapesta leccese, opera del cartapestaio Raffaele Caretta.
Sulla sinistra dietro una lapide si trovano i resti di Tommaso Nicolò D’Aquino (1665-1721), poeta e umanista tarantino, che furono rinvenuti sotto l’altare della cappella gentilizia della sua famiglia (attuale cappella di S. Antonio) insieme a quelli della sua seconda moglie.
Sotto vi è il fonte battesimale con accanto la statua in cartapesta di S. Luigi Gonzaga.

Altare di S. Antonio
La prima Cappella a destra è dedicata a S. Antonio di Padova e conteva la statua lignea del Santo appartenente all’omonima Confraternita, trasferita in questa Chiesa dal convento dei frati minori di S. Francesco d’Assisi soppresso nel 1809 durante l’occupazione francese.
Dall’anno 2015 la Confraternita ha prelevato la statua portandola nella sua Sede nella Parrocchia di San Francesco de Geronimo al rione Tamburi ed al suo posto ha trovato collocazione il simulacro ligneo della Madonna della Croce.
In origine era la Cappella gentilizia della famiglia D’Aquino come testimoniano le insegne che si trovano ai lati dell’Altare.
Costruita da Guido Antonio D’Aquino, padre del poeta Tommaso Nicolò, autore delle Deliciae Tarentinae, era dedicata inizialmente a S. Anna (pare che se ne possedesse una reliquia), quindi alla Madonna delle Grazie.

Altare del Crocifisso
La Cappella presenta un altare marmoreo che raffigura il Crocifisso, finemente lavorato ad intarsio, proveniente dalla Chiesa di S. Giovanni Battista ora demolita.
Sull’altare vi è un pregevole Crocifisso in legno del ‘700 denominato Cristo Spirante, raffigurante Gesù nell’attimo estremo in cui esala l’anima.
La Cappella un tempo era di proprietà della nobile famiglia Calò che, secondo la tradizione, il Venerdì Santo portava in Chiesa le statue della Vergine Addolorata e di Gesù Morto dando inizio ad una piccola processione per la città vecchia, antenata dell’attuale processione dei misteri.
Ai lati dell’altare si può notare lo stemma gentilizio della famiglia.
La Madonna dei fiori
La terza Cappella a destra contiene la statua della Madonna dei fiori, che in passato era custodita nei locali della Parrocchia e che veniva esposta alla venerazione dei fedeli in occasione del mese di maggio.
Il simbolo della colomba col ramoscello d’ulivo posto sopra la nicchia sta a ricordare la lunga permanenza della venerata immagine della Madonna della Pace, che fu custodita in questa Chiesa dal 1956 al 1995 quando fu traslata nella Chiesa di S. Maria del Galeso al rione Paolo VI.

Altare di S. Nicola
La prima Cappella a sinistra è dedicata a S. Nicola da Tolentino ed appartiene alla omonima Confraternita che opera a Taranto dagli inizi del '600.
In origine era dedicata alla Madonna della Cintura e ne conteneva la statua, in legno con vestito, venerata dai Confratelli.
Di questa statua la Confraternita ne conserva solamente la testa.
Attualmente sull’altare vi è un simulacro ligneo raffigurante S. Nicola da Tolentino.
 
Altare dei Suffragi
La seconda Cappella a sinistra è di appartenenza della Pia Unione dei Suffragi e presenta un altorilievo in cartapesta leccese, opera di L. Guacci, eseguito nel 1924 su commissione della Pia Unione che in quell’anno celebrava il 25° di fondazione.
L’Altorilievo rappresenta il Cuore di Gesù che appare alle anime del Purgatorio.

L’Abside e il Presbiterio
A sinistra del Presbiterio si conserva la statua lignea di S. Gaetano da Thiene, appartenente all’omonima Confraternita.
A destra del Presbiterio vi è un quadro contenente un registro con i nomi delle famiglie consacrate al Sacro Cuore di Gesù, quando nella Parrocchia era attivo l’Apostolato della Preghiera.
Nell’Abside vi è la nicchia contenente la statua in legno di S. Agostino.
A sinistra una porticina collegava la Chiesa ai locali del vecchio convento degli Agostiniani.

La Parrocchia
La Parrocchia è stata istituita nel 1918, insieme a quella di S. Giuseppe, per facilitare il piano pastorale delle Cattedrale che da sola non poteva raggiungere tutte le famiglie dell'isola.
Fu affidata all'inizio ad un Delegato Arcivescovile Mons. Can. Vincenzo Morelli (come risulta da un battesimo del 28/7/1918).
Nel 1921 vi è un Vicario Economo nella persona del Sac. Nicola Spinelli, nominato Parroco l'anno dopo.
Gli altri Parroci sono: d. Antonio Chiarelli (1943-49), d. Antonio Carissimo (Vicario Economo, 1949), d. Orazio Trani (1950-64), d. Biagio Strusi (1964-70) e d. Raffaele Mele (1970-93).
All’interno delle ricorrenze parrocchiali venivano festeggiati solennemente la tredicina di S. Antonio, la festa della Madonna della Pace nel mese di Agosto e le feste dei titolari delle Confraternite presenti.
Nel 1993, a causa del calo demografico delle famiglie della città vecchia, la Parrocchia fu chiusa e la chiesa affidata al Parroco della Cattedrale Mons. Marco Morrone. La Chiesa fu affidata alla Segreteria delle Confraternite che vi aveva sede, continuò a celebrare l’Eucarestia l’anziano sacerdote Stefano Raguso e per un periodo operò come esorcista diocesano il Sac. Saverio Calabrese fino all’anno 2008 quando fu nominato come rettore il Sac. Desiré Mpanda.
Nel mese di agosto 2011 fu acquistata una nuova statua di S. Agostino e da quell’anno si provvide a festeggiare la ricorrenza del Santo con una S. Messa Solenne.

La Segreteria delle Confraternite
Nel 1968 l’Arcivescovo di Taranto, Mons. Guglielmo Motolese, volle collocare nei locali adiacenti la Chiesa, in passato usati come casa canonica, una Segreteria in cui confluissero tutte le Confraternite della città vecchia che non avevano vita sociale ma soltanto amministrativa.
Vi trasferì inoltre la segreteria della Confraternita dell’Addolorata che ha sede in San Domenico.
Per anni le diverse Confraternite hanno convissuto in questa segreteria sostenendosi a vicenda ed ottenendo una crescita continua.
Vi si organizzavano diverse feste e Processioni e la Segreteria funzionò fino all’anno 2015, in cui morì l’ultimo Commissario Arcivescovile, il Cav. Vincenzo De Vincentis.
Dopo la sua morte la Confraternita dell’Addolorata portò la sua segreteria nella Chiesa di San Domenico mentre il resto delle Confraternite fu trasferito nei locali adiacenti la Chiesa di San Giuseppe, restò a S. Agostino soltanto la segreteria della Confraternita dell’Immacolata fino al dicembre del 2018 quando fu trasferita nella nuova Sede nel Santuario della Madonna della Salute.

Oggi la Chiesa di S. Agostino funziona come rettoria della Cattedrale, affidata a don Desiré Mpanda, che con la sua opera cura le anime a lui affidate con la Confessione e la Celebrazione della Messa.

 

 

23 settembre 2025

La Devozione al Santo Rosario

"Con esso il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e all'esperienza della profondità del suo amore.
Mediante il Rosario il credente attinge abbondanza di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre del Redentore"  

Rosarium Virginis Mariae 
Giovanni Paolo II
 
La preghiera dell’Ave Maria, è formata nella prima parte unicamente da parole prese dal Vangelo:
"Ave Maria, piena di grazia, il signore è con te" sono le parole che l'Angelo Gabriele ha detto quando è apparso a Maria (Lc 1,28);
"Benedetta sei tu fra tutte le donne e benedetto il frutto del tuo seno" sono le parole dette a Maria da sua cugina Elisabetta (Lc 1,42).
Nei primi secoli l'Ave Maria era conosciuta solo nella sua prima parte, il saluto dell'Angelo (il cosiddetto "Saluto Angelico") e la benedizione di Elisabetta.
La Chiesa Ortodossa, divisa dal 1054 dalla Chiesa Cattolica recita ancora oggi la primitiva forma dell'Ave Maria.
Il Nome di Gesù e l'Amen finale vennero introdotti verso la fine del XV sec. Quando nel 1483, si diffonderà l'uso della seconda parte ad opera die monaci certosini.
La recita ripetuta dell'Ave Maria si è diffusa nel XII sec. ed era detta "Salterio Mariano" perchè si cominciò a ripetere l'Ave Maria per 150 volte, cioè lo stesso numero dei salmi.
L'oggetto che serve alla recita di questa preghiera, cioè la corona, è di origine molto antica. Gli anacoreti orientali usavano pietruzze per contare il numero delle preghiere. Nei conventi medioevali i fratelli laici, dispensati dalla recita del salterio per la scarsa familiarità col latino, integravano le loro pratiche di pietà con la recita dei "Paternostri", per il cui conteggio S. Beda il Venerabile aveva suggerito l'adozione di una collana di grani infilati a uno spago.
Nel XIII secolo i monaci Cistercensi svilupparono una nuova forma di preghiera chiamandola Rosario, perchè la comparavano ad una mistica corona di rose da offrire alla Vergine Maria.
Numerosi Teologi avevano considerato che i 150 Salmi erano delle profezie sulla vita di Cristo; quindi, cominciarono a comporre numerosi Salteri dedicati alla vita di Gesù derivati dallo studio dei Salmi: cominciavano a delinearsi i Misteri del Rosario.
In quel periodo si erano sviluppati diversi tipi di Salterio: i 150 Pater, i 150 Saluti Angelici, le 150 Lodi a Gesù e le 150 Lodi a Maria.
Fu nel sec. XIV che il certosino Enrico di Kalkar operò un'ulteriore suddivisione del salterio mariano dividendolo in 15 decine, inserendo tra decina e decina la recita del Padre Nostro.
Il primo documento che testimonia il tentativo di coniugare la recita delle Ave Maria con la meditazione dei misteri evangelici risale al XV secolo.
Negli anni tra il 1410 il 1439 Domenico di Prussia, un monaco certosino di Colonia, proporrà ai suoi fedeli una forma di Salterio Romano, nel quale il numero delle Ave era ridotto a 50 ma a ciascuna di esse era aggiunta una frase che terminava ogni Ave Maria. Di questi finali, 14 riguardavano la vita nascosta di Cristo, 6 la sua predicazione ed il suo apostolato, 24 la sua Passione e Morte e le restanti 6 la Glorificazione di Cristo e di Maria sua Madre.
L'esempio del monaco tedesco ebbe largo seguito. Il sec. XV vide proliferare molti Salteri di questo genere. Le finali dell'Ave Maria, che era recitata ancora a metà raggiunsero numeri altissimi, come 300, variando di zona in zona a seconda delle varie devozioni particolari.
Nel 1483 vennero aggiunti il nome di Gesù e l'Amen finale con la diffusione della seconda parte dell'Ave Maria.
Contemporaneamente a Domenico di Prussia, il Beato Alano de la Roche (o de la Rupe, 1428-1478) diffuse straordinariamente il Salterio Mariano che in quel tempo cominciò a chiamarsi il "Rosario della Beata Vergine Maria". Lo fece attraverso la predicazione e soprattutto attraverso le Confraternite mariane da lui fondate. Lo stesso Alano de la Roche parlerà di Rosario vecchio e Rosario nuovo, volendo distinguere tra il semplice Salterio delle Ave e il Salterio incorporato nella meditazione dei Misteri, proposti ordinatamente in una triplice divisione (Incarnazione, Passione e Morte di Cristo, Gloria di Cristo e di Maria).
Il Beato Alano, frate dell’Ordine dei Predicatori, nel libro "De Dignitate psalterii" racconta che nel 1214 S. Domenico "si ritirò in una foresta presso Tolosa e vi restò tre giorni e tre notti in continua preghiera e penitenza. E tali furono i suoi gemiti e i suoi pianti, le sue penitenze a colpi di disciplina per placare la collera di Dio che cadde svenuto e la Vergine Santa gli apparve allora accompagnata da tre principesse del cielo e gli disse: "Sai tu, mio caro Domenico, di quale arma si servi la SS. Trinità per salvare il mondo?" - "Signora mia, le rispose, tu fosti lo strumento principale della nostra salvezza". Lei soggiunse: “Sappi che l'arma più efficace è stato il Saluto Angelico, che è il fondamento della nuova alleanza; perciò, se tu vuoi conquistare a Dio quei cuori induriti, predica il mio Salterio.”
Come fecero altri santi, tra i quali S. Luigi de Montfort, S. Domenico trascorse tutto il resto della sua vita predicando il Rosario con l'esempio e con la parola, ottenendo molte grazie per sé stesso e per le persone che riuscì a convertire
Diffondendosi in mezzo al popolo il Rosario si semplificò ulteriormente quando nel 1521 il domenicano Alberto de Castello ridusse questi misteri scegliendone 15 principali da proporre alla meditazione dei devoti del Salterio Mariano, concependo le relative finali come semplici commenti al mistero o richiami mnemonici lungo la recita delle ave.
Dopo il Concilio di Trento e dopo i documenti papali che approvarono questo tipo di preghiera, il Rosario ha conservato questa suddivisione in 15 misteri e si è diffuso in tutto il mondo, specialmente tra le popolazioni più povere e le persone che più hanno avvertito il bisogno di pregare la Madonna.
Nacque così la devozione alla Corona del Rosario, promotori di questa devozione sono stati i Domenicani, ai quali va anche la paternità delle confraternite del Rosario (fondate dal 1470), delle Confraternite del Rosario Perpetuo (Ora di Guardia), fondata nel 1630 dal Padre Timoteo de' Ricci, e la Confraternita del Rosario Vivente, fondta nel 1826 dalla terziaria domenicana Pauline-Marie Jaricot.
Fu un Papa domenicano, S. Pio V, il primo a incoraggiare e a raccomandare ufficialmente la recita del Rosario, che in breve tempo divenne la preghiera popolare per eccellenza, una specie di "breviario del popolo", da recitarsi la sera, in famiglia, poiché si presta benissimo a dare un orientamento spirituale alla liturgia familiare.
Con la sua autorità e col suo prestigio personale, S. Pio V riuscì ad imporre una tregua nelle risse casalinghe degli Stati europei e a spingerli in "Santa Alleanza" per arginare la minacciosa avanzata dei Turchi. Nella domenica del 7 ottobre del 1571 la flotta cristiana inflisse nelle acque di Lepanto una sconfitta definitiva a quella turca. Quel giorno stesso Pio V, che non disponeva dei rapidi mezzi di comunicazione attuali, ordinò di suonare le campane di Roma invitando i fedeli a ringraziare Dio per la vittoria ottenuta.
Per commemorare il successo, Pio V istituì la Festa della “Madonna della Vittoria” da tenersi il 7 ottobre, fu il suo successore, Gregorio XIII a trasformarla nella festa della “Madonna del Rosario”. La festa venne estesa nel 1716 alla Chiesa universale, e fissata definitivamente al 7 ottobre da S. Pio X nel 1913.
Il culto della Vergine del Rosario ebbe una nuova diffusione sul finire del XIX secolo quando Bartolo Longo, terziario Domenicano, iniziò la sua opera col catechismo e il Rosario tra le popolazioni delle campagne di Pompei. Il quadro della Vergine del Rosario, che Bartolo Longo definiva “strumento per iniziare uno dei più grandi piani della divina misericordia”, giunto a Pompei il 13 novembre 1875 ed esposto nella cadente parrocchia della malfamata valle, portò un soffio di vita nuova.
L’eco dei miracoli e la forte devozione dei fedeli fecero in modo che in breve tempo Pompei divenne un centro di pellegrinaggio tra i più amati dove incontrare la Vergine Maria nella preghiera.
La festa della Madonna di Pompei viene celebrata l’8 maggio, la prima domenica di ottobre invece è dedicata alla recita della Supplica alla regina delle Vittorie, scritta dal B. Bartolo Longo.
Nell'anno 2002, Giovanni Paolo II con la lettera Apostolica "Rosarium Virginis Mariae", ha aggiunto ai 15 misteri tradizionali 5 nuovi Misteri della Luce, proclamando il 2003 l'Anno del Rosario.

 

 

 

8 settembre 2025

Preghiera alla Vergine di Tutte le Grazie Regina di Monte Fileremo

Vergine Santissima, Madre di tutte le grazie, noi salutiamo e ringraziamo Voi, che per tanti secoli voleste porre il Vostro trono di misericordia sopra le rovine dei templi pagani, nell’isola delle rose sulla cima di Monte Fileremo, scegliendo una vetta già dalla natura foggiata ad altare, al centro del mare Mediterraneo per dimostrarci che di lassù Volevate vigilare e proteggere tutti i popoli dei tre antichi continenti, che offrirono i primi fedeli alla Santa Religione del Vostro Divin Figliuolo Gesù. I Vostri occhi, colmi di tenerezza, ci assicurano una continua, materna assistenza e promettono l’aiuto divino a quanti, sia pur da lontano, Vi chiamano in loro soccorso. Voi siete veramente la nostra dolce Regina e la nostra speranza. Aiutate, o Vergine Santissima, la nostra volontà a tenerci lontani dal peccato e dall’indifferenza per essere degli di chiamarVi sempre Madre. Benedite specialmente la nostra Patria, che vogliamo benefica nella pace e amata fra tutte le genti. Benedite le nostre case, il nostro lavoro, il nostro riposo, le nostre giuste aspirazioni di bontà, di bene e di umano progresso nella universale concordia. Aiutate chi non ha sostegno e chi non ha pane, coloro che si trovano in pericolo e in tentazione, nella tristezza e nello scoraggiamento, in malattia o in punto di morte. Benedite con uno stesso gesto materno gli innocenti e i colpevoli, i credenti e i dubbiosi, per rammentare a tutti che sono e devono riconoscersi per figli di Dio e figli Vostri, affratellati dal sangue di Gesù e dal Vostro tenerissimo amore. Madre della Grazia Divina, Prega per noi.

Tre Ave e Salve Regina
La Vergine di Fileremo, Patrona dell'Ordine di Malta viene festeggiata l'8 settembre.

21 agosto 2025

Supplica alla Regina del SS. Rosario di Pompei

SUPPLICA ALLA REGINA DEL SS. ROSARIO DI POMPEI

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

O Augusta Regina delle Vittorie, o Sovrana del Cielo e della Terra, al cui nome si rallegrano i cieli e tremano gli abissi, o Regina gloriosa del Rosario, noi devoti figli tuoi, raccolti nel tuo Tempio di Pompei, in questo giorno solenne, effondiamo gli affetti del nostro cuore e con confidenza di figli ti esprimiamo le nostre miserie.
Dal Trono di clemenza, dove siedi Regina, volgi, o Maria, il tuo sguardo pietoso su di noi, sulle nostre famiglie, sull’Italia, sull’Europa, sul mondo.
Ti prenda compassione degli affanni e dei travagli che amareggiano la nostra vita. Vedi, o Madre, quanti pericoli nell’anima e nel corpo, quante calamità ed afflizioni ci costringono.
O Madre, implora per noi misericordia dal Tuo Figlio divino e vinci con la clemenza il cuore dei peccatori. Sono nostri fratelli e figli tuoi che costano sangue al dolce Gesù e contristano il tuo sensibilissimo Cuore.
Mostrati a tutti quale sei, Regina di pace e di perdono.
AVE MARIA

È vero che noi, per primi, benché tuoi figli, con i peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù e trafiggiamo nuovamente il tuo cuore. Lo confessiamo: siamo meritevoli dei più aspri castighi, ma tu ricordati che sul Golgota, raccogliesti, col Sangue divino, il testamento del Redentore moribondo, che ti dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori.
Tu dunque, come Madre nostra, sei la nostra Avvocata, la nostra speranza. E noi, gementi, stendiamo a te le mani supplichevoli, gridando: Misericordia!
O Madre buona, abbi pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri defunti, soprattutto dei nostri nemici e di tanti che si dicono cristiani, eppur offendono il Cuore amabile del tuo Figliolo.
Pietà oggi imploriamo per le Nazioni traviate, per tutta l’Europa, per tutto il mondo, perché pentito ritorni al tuo Cuore.
Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia!
AVE MARIA

Degnati benevolmente, o Maria, di esaudirci! Gesù ha riposto nelle tue mani tutti i tesori delle Sue grazie e delle Sue misericordie.
Tu siedi, coronata Regina, alla destra del tuo Figlio, splendente di gloria immortale su tutti i Cori degli Angeli. Tu distendi il tuo dominio per quanto sono distesi i cieli, e a te la terra e le creature tutte sono soggette. Tu sei l’onnipotente per grazia, tu dunque puoi aiutarci. Se tu non volessi aiutarci, perché figli ingrati ed immeritevoli della tua protezione, non sapremmo a chi rivolgerci. Il tuo cuore di Madre non permetterà di vedere noi, tuoi figli, perduti, Il Bambino che vediamo sulle tue ginocchia e la mistica Corona che miriamo nella tua mano, ci ispirano fiducia che saremo esauditi. E noi confidiamo pienamente in te, ci abbandoniamo come deboli figli tra le braccia della più tenera fra le madri, e, oggi stesso, da te aspettiamo le sospirate grazie.
AVE MARIA

Chiediamo la benedizione a Maria

Un’ultima grazia noi ora ti chiediamo, o Regina, che non puoi negarci in questo giorno solennissimo. Concedi a tutti noi l’amore tuo costante ed in modo speciale la materna benedizione. Non ci staccheremo da te finché non ci avrai benedetti. Benedici, o Maria, in questo momento, il Sommo Pontefice. Agli antichi splendori della tua Corona, ai trionfi del tuo Rosario, onde sei chiamata Regina delle Vittorie, aggiungi ancor questo, o Madre: concedi il trionfo alla Religione e la pace alla Società umana. Benedici i nostri Vescovi, i Sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano l’onore del tuo Santuario. Benedici infine tutti gli associati al tuo Tempio di Pompei e quanti coltivano e promuovono la devozione al Santo Rosario.
O Rosario benedetto di Maria, Catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo d’amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza negli assalti dell’inferno, porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell’ora di agonia, a te l’ultimo bacio della vita che si spegne. E l’ultimo accento delle nostre labbra sarà il nome tuo soave, o Regina del Rosario di Pompei, o Madre nostra cara, o Rifugio dei peccatori, o Sovrana consolatrice dei mesti.
Sii ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra ed in cielo.
Amen.
SALVE REGINA

 

Giuramento di S. Alfonso

Giuramento di S. Alfonso, pronunciato dal Santo in occasione della sua laurea come era abitudine nelle università del regno:
Io, Alfonso Maria de Liguori, umilissimo servitore di Maria sempre Vergine Madre di Dio, prostrato ai piedi della Divina Maestà in presenza dell’ineffabile Trinità dell’unico Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, prendendo a testimoni tutti gli abitanti della Gerusalemme celeste, credo fedelmente con lo spirito, abbraccio veramente col cuore e proclamo fermamente con la bocca che tu, Madre di Dio sempre Vergine, tu sei stata oggetto da parte dell’onnipotente Iddio di un privilegio assolutamente unico: sei stata interamente preservata da ogni macchia di peccato originale, fin dal primo istante della tua concezione, cioè dal momento dell’unione del tuo corpo con la tua anima. In pubblico e in privato, fino all’ultimo respiro della mia vita, insegnerò questa dottrina e mi l impegnerò con tutte le mie forze affinché tutti gli altri la ritengano e l’insegnino. Così attesto, così prometto, così giuro e che Dio mi aiuti e questi santi Vangeli ”.
Dopo anni rinnoverà il suo giuramento nella Devozione alla Vergine Immacolata:
Ah mia immacolata Signora, io mi rallegro con voi di vedervi arricchita di tanta purità. Ringrazio e propongo di sempre ringraziare il comun Creatore, per avervi preservata da ogni macchia di colpa, com’io tengo per certo, e per difender questo vostro sì grande e singolar privilegio della vostra immacolata Concezione, son pronto e giuro di dar, se bisogna, anche la mia vita"

Il Culto di S. Anna a Taranto

Il Culto di S. Anna fu portato nella città bimare verso la metà del XIX secolo quando trasferitosi da Martina Franca a Taranto giunse Donato Solito, devoto della Santa che cominciò ad accendere una lampada votiva di fronte al quadro che si trovava nella Chiesa di S. Anna in Civitanova.
Questa era una chiesetta alle dipendenze dal Capitolo Metropolitano, donata allo stesso capitolo dall'Arcivescovo Gualterio III nel lontano 1298, quando era denominata “San Nicola in Civitanova”. La Chiesa mantenne questa denominazione fino al 1784, successivamente cambiò il nome in Chiesa di S. Anna in Civitanova e così viene menzionata nella Visita Pastorale del 1856 effettuata da Mons. Rotondo.
In questa circostanza viene menzionata la Statua di S. Anna, vestita in una nicchia e le statue di S. Omobono e della Madonna del riparo.
La statua di S. Omobono era in legno e di fattura veneziana, proveniva dalla Chiesa di S. Nicola alla piazza che esisteva dietro l'orologio pubblico, chiusa nel 1886 per il crollo del tetto e trasformata in casa privata.
La statua della Madonna del Riparo, proveniente dalla medesima Chiesa, era con il vestito e rappresentava Maria che con il Suo manto dona riparo e protezione ad una Santa Bambina.
Veniva portata in Processione insieme a S. Omobono in una delle domeniche di agosto.
In seguito, fu trasferita nella Chiesa della SS. Trinità e, alla chiusura di questa custodita da una famiglia privata per anni, quando riapparve a Massafra nella Chiesa dei Ss. Medici.
Nel frattempo, la devozione alla Santa Madre della Vergine Maria crebbe, grazie all'opera di Vito Solito, figlio di Donato, che si adoperò per la costruzione della nuova Statua della Santa che, grazie al contributo delle offerte dei fedeli, fu completata nel 1914 in legno dallo scultore Saverio Oliva.
In seguito, su iniziativa dei fedeli, vennero sostituite le mani e la testa con altre commissionate a Napoli perchè quelle vecchie non erano considerate degne.
Era tempo ormai che i festeggiamenti si solennizzassero e sulla fine del secolo cominciò ad effettuarsi la processione per le vie della città nella giornata del 26 luglio, giorno in cui accorrono i fedeli per sciogliere i propri voti.
Spettò al figlio di Vito, il Canonico del Capitolo Metropolitano Mons. Francesco Solito, in continuità con l'opera del padre e del nonno, perseverare alla divulgazione del culto; infatti, sotto la sua cura sorse la Pia Associazione delle Figlie di S. Anna, con decreto di Mons. Cecchini datata 29-11-1904, che per volere della Superiora Generale del benemerito Istituto e con l'approvazione della Curia mutò il nome di Pia Associazione delle Ancelle di S. Anna.
La Chiesa, ormai fatiscente fu demolita nel 1913 e ricostruita fino al 25 marzo 1915 quando fu riaperta al culto.
Sull'altare vengono create tre nicchie in cui trovano collocazione la Statua di S. Anna, di S. Omobono e di S. Gioacchino, fatta costruire per l'occasione dal cartapestaio leccese Sacquegna.
Sulla volta un grande quadro con S. Anna in gloria.
Da anni la Chiesa vede le preghiere delle mamme tarantine e delle donne in attesa che si abbandonano fiduciosi all’intercessione della Santa. Durante i festeggiamenti viene distribuito un abitino che le gestanti indossano come segno di devozione.
Con l'avvento del dinamico Parroco di S. Domenico d. Angelo Mele, la cura della Chiesa passa alla Parrocchia di San Domenico che ne perpetua la solennità della festa con la Processione e con la benedizione delle mamme e dei bambini.
Divenuta rettoria la Chiesa di San Domenico nel 2000, l’organizzazione della Processione passa alla Confraternita del Nome di Dio che ha sede nella stessa Chiesa di San Domenico.
La Chiesa è stata interessata da due interventi di restauro nel 2006 e nel 2025, anno in cui fu donata una nuova veste alla statua di S. Anna e che ha visto per la prima volta uscire in Processione anche la statua di S. Gioacchino.

 

 

 

19 agosto 2025

La statua di Santa Maria di Nazareth

“Maria di Nazareth”, titolare della basilica dell'annunciazione di Nazareth, è una deliziosa immagine della vergine, opera dello scultore Gregor Mussner.


La statua
La statua raffigura Maria che esce dalla sua casa dopo l’Annunciazione, in attesa, mentre scende in fretta i gradini per portarsi in aiuto della cugina Elisabetta (Luca 1,39). E’ tanta la sua gioia che quasi accenna un passo di danza, quasi sembra intonare il canto del Magnificat. “Diventa lei stessa annunciatrice e prima evangelizzatrice” 

Il suo vestito indica tutta la sua regalità. Regina del mare: nel colore verde smeraldo della veste. 

Regina della terra: nel colore marroncino della sua mantellina intorno alla vita.

Regina del cielo: nel colore bianco azzurro del mantello e del velo.

Sul capo un diadema in cui brillano, intrecciate tra i capelli, dodici stelle

La mano sinistra rivolta verso il suo seno, per indicare che Gesù è in lei, e lei ci dona Gesù; La destra la offre, per dire: «cammina insieme con me».


La storia

La "Peregrinatio Mariae" Mondiale è stata una intuizione profetica di un frate cappuccino delle Marche, Padre Giovanni Maria Leonardi.

Dopo aver pregato lo Spirito Santo e aver chiesto alla Madonna di poterla meglio servire, scrisse una lettera - datata l'8 dicembre 1995 - al Santo Padre Giovanni Paolo II, perché, come preparazione mariana al grande Giubileo del 2000, si potesse svolgere una “Peregrinatio” della Madonna attraverso le nazioni cristiane.

In attesa di un coinvolgimento ad alto livello, furono sensibilizzati vari gruppi ecclesiali, in particolare il Rinnovamento nello Spirito Santo.

Il 26 settembre 1997, a Gerusalemme, il Rev.mo Padre Custode di Terra Santa, P. Giuseppe Nazzaro, dava il suo pieno assenso all'iniziativa e incaricava lo stesso P. Giovanni Maria, perché procedesse nel porre in atto la “Peregrinatio”.

In conseguenza nasceva il gemellaggio con il Santuario della S. Casa di Loreto insieme alla partecipazione dei Padri Cappuccini delle Marche.

In virtù di tutto ciò si diede l'incarico all'artista Gregor Mussner di Ortisei di realizzare una statua della Madonna seguendo precise indicazioni.

La “Peregrinatio” iniziò l'8 marzo 1998 dalla Basilica dell'Annunciazione a Nazareth, e raggiunse subito dopo Loreto, per la Solennità dell'Annunciazione (25 marzo). Poi, il 15 aprile, “Maria di Nazareth” veniva incoronata da Sua Santità Giovanni Paolo II. in Piazza San Pietro.

Da quel momento, fino al Natale 1999, quando è ritornata a Betlemme,“Maria di Nazareth” è passata con la sua “Peregrinatio” attraverso 35 nazioni, incontrando folle innumerevoli di suoi figli in ogni parte della terra e accogliendoli nel suo Cuore Immacolato con la desiderata consacrazione.


Caratteristiche:

  • altezza della scultura: cm 165
  • peso ca. 65 kg
  • materiale: legno di tiglio
  • colorazione: colori ad olio
  • stellario: cesellato in argento con stelle formate da circogne e brillanti
  • Autore GREGOR MUSSNER, Ortisei
  • anno di realizzazione 1998


La Madonna della Pace a Taranto


La Confraternita di S. Maria della Pace fu eretta nel 1673 nella Chiesa di S. Andrea, che si trovava in via Garibaldi, donatale dal Capitolo metropolitano, che in seguito venne ampliata e denominata della “Madonna della Pace”.

Nella Chiesa venivano organizzati ogni anno la festa della Madonna della Pace l’ultima domenica di agosto e quella di S. Andrea il 30 novembre, occasione in cui venivano eletti gli officiali della Confraternita.

La Confraternita ebbe il Regio Assenso alle regole da Ferdinando IV il 14/7/1777, ebbe il riconoscimento civile l’11/3/1937.

Fu il re Ferdinando II a far dono alla Confraternita dalla statua della Madonna della Pace, una bellissima immagine lignea della Vergine Maria con in braccio Gesù bambino e in mano un ramoscello di ulivo.

La Vergine indossa una veste bianca riccamente ricamata in oro ed un manto azzurro anch’esso ricamato. Sul capo della Madonna e del bambino ci sono due corone stile imperiale.

Attualmente abito di rito dei Confratelli è composto da camice e cappuccio bianchi e mozzetta celeste con bordatura rossa e cingolo rosso. In origine la mozzetta era di seta turchina con cappello bianco.

Nel I secolo, all’altezza della discesa Vasto sul lido di Mar piccolo gli storici collocano il Tempio di S. Maria della Pace, di stile ellenico.

Di questo tempio si persero le tracce nella storia finchè nel 1376 il Merodio ci dice che un nobile tarantino, Giannuzzo Taurisano lascia un legato in favore della miracolosa immagine di S. Maria della Pace.

Questo tempio fu la prima sede dei Carmelitani a Taranto, arrivati nel 1496, che costruirono un convento accanto alla Chiesa, noto con il nome di “monacelle”.

Nel XVI secolo si cominciò a demolire la Chiesa per permettere la costruzione del “Torrione del fosso”, una fortificazione del castello Aragonese eretta contro la minaccia dei Turchi.

Nel 1577 il Torrione del fosso fu ampliato e Chiesa e convento furono definitivamente demoliti, i Carmelitani cambiarono sede e si trasferirono fuori della città nella chiesa di S. Maria della Misericordia, attuale chiesa del Carmine.

Demolita la Chiesa, se ne perse la memoria finchè nel 1625, una donna, avvertita in sogno che tra i ruderi dell’antica chiesa esisteva una effige della Madonna della Pace fece in modo che si scavasse in quel luogo e vi trovò l’immagine, probabilmente di stile bizantino, dipinta su un muro.

L’immagine fu portata nella vicina chiesa di S. Andrea, che da allora cominciò a chiamarsi "S. Maria della Pace".

Gli atti dalla visita pastorale del 1611 dicono che era presente sull'altare maggiore in una piccola nicchia.

Nella Chiesa era presente anche una statua in pietra di S. Andrea, collocato in una nicchia su un altare, con il passare degli anni questa e l'effige della SS. Vergine scomparvero, forse erose dal tempo, dall'umidità delle pareti.

Nel 1673 in questa Chiesa venne costituita la Confraternita di S. Maria della Pace, che ricevette in donazione dal Capitolo Metropolitano la Chiesa che provvide ad ingrandire nel tempo acquistando le case adiacenti.

Delle tre casette, situate dietro la chiesa, ne furono acquistate due, delle quali, una, demolita, fu adoperata per l'altare maggiore; l'altra, modificata, servì per la sagrestia e per la scala dell'oratorio che edificarono nella parte superiore delle case.

La Confraternita acquistò l’altare maggiore dai monaci Olivetani, che dal monastero di S. Maria del Porto si trasferirono alla Chiesa dei Gesuiti.

Fu acquistato anche un organo e diverse suppellettili, ma l’ingrandimento della Chiesa non fu sufficiente alla Confraternita che nel 1926 acquistò l’ultima casa adiacente alla Chiesa per permettere un ulteriore ingrandimento.

I lavori cominciarono nel 1836 e la Chiesa fu ricostruita in tufo e carparo, con soffitto in legno dipinto con scene bibliche del Vecchio Testamento.

Il pavimento era a mattonelle verniciate, tipo francese, si fabbricò l'oratorio, il campanile, il nuovo frontespizio, la nuova sagrestia, per la quale si demolì un giardinetto che era nel recinto.

La chiesa così ingrandita e restaurata era orientata ad ovest, di forma rettangolare, lunga m. 22, larga m. 7,80, alta metri 20.


Dopo una sospensione dei lavori dovuta al colera ed alla difficoltà nel reperire fondi, il 28 luglio 1849 grazie ai contributi dell'Arcivescovo Mons. Blundo, del Capitolo Metropolitano, della Confraternita e del popolo, il 28 luglio 1849 il Rettore, Abbate can. A. Lupoli, benedì la nuova chiesa, restituendola al culto.

Nella Chiesa erano presenti quattro altari marmorei, oltre l'altare maggiore in pietra a colori; conservava di antico due colonne di stile dorico, coperte d'intonaco a colori, nonchè due pilette marmoree per l'acquasanta che erano infisse all'ingresso della porta maggiore.

La vicinanza di questa Chiesa al mare fece in modo che l’immagine della Madonna della Pace divenne oggetto di grande devozione da parte dei pescatori tarantini, che la consideravano loro particolare protettrice, molti di loro facevano parte della Confraternita.

Durante la Prima guerra mondiale la Chiesa di S. Maria della Pace, il 24 maggio 1915, venne requisita dalle autorità locali e rimase chiusa al culto per circa tre anni.

Fu lasciato in stato di degrado e per poterla ripristinare il cappellano sac. Luigi lurlaro si attivò insieme ai confratelli.

Fu costruito un bussolone, si fecero di marmo i gradini dell'altare maggiore, una balaustra in ferro, si pulì il pergamo che aveva buone pitture ad olio.

Poi si accomodò l'altare e la nicchia di S. Francesco di Paola e quello dell'Addolorata, fu messo a nuovo tutta la rete elettrica, arricchendo la chiesa con un parato nuovo di candelieri di ottone.


Nel 1934 il piano di risanamento per la città di Taranto voluto dal regime fascista  prevede la demolizione di una parte del pittaggio Turripenne, in cui si trova la chiesa, che nel 1935 viene demolita.

La Confraternita e la statua della Madonna vengono temporaneamente trasferite nella vicina Chiesa dello Spirito Santo in via Di Mezzo. 

Ma anche questa venne abbattuta per lo stesso motivo e nel 1937 viene trasferita nella Chiesa di San Giuseppe in attesa che venga costruita una nuova Chiesa.

La nuova Chiesa “Regina Pacis” venne alla luce nell’ottobre del 1939 al rione Porta Napoli, qui la Confraternita vi si trasferì fino alla tragica notte del 28/8/1943, durante la II guerra mondiale, quando fu colpita da un violento bombardamento aereo che distrusse tutto l’edificio.

Rimase in piedi solo una parete, la parete dove c’era la nicchia con la statua della Madonna rimasta integra. La sacra immagine riportò come danno solo una parte dell’occhio colpito da una scheggia.

L’immagine della Madonna fu portata in salvo presso la sede dei Salesiani nell’attuale viale Virgilio.

Finita la guerra nel 1945 fu portata nella Chiesa del Carmine per poter svolgere i festeggiamenti con una Processione verso la città vecchia. Qui, nei pressi della discesa Vasto l’arcivescovo mons. Bernardi pose la prima pietra per la nuova chiesa della Madonna della Pace. 

Nello stesso periodo fu posta la prima pietra anche per l’Oratorio interparrocchiale “Madonna della Pace” presso la Chiesa di San Giuseppe che venne affidata dall’Arcivescovo ai frati Salesiani l’anno successivo.

Nell’attesa che venisse realizzata la nuova Chiesa la statua della Madonna fu posta in una nicchia della cattedrale ed in seguito nella Chiesa di San Giuseppe.

In seguito, il progetto di edificare una nuova chiesa, che avrebbe operato come rettoria della parrocchia di San Giuseppe fu abbandonato e l’area fu ceduta al Comune mentre la vecchia Chiesa a Porta Napoli fu ricostruita e dedicata alla “Stella Maris”.

Nel 1950 la Confraternita si trasferì nella Chiesa di S. Gaetano in fondo alla via Cava dove rimase per 6 anni.

Dal 5 febbraio 1956 al 20 settembre 1995 la Madonna e la Confraternita ebbero sede nella Parrocchia di S. Agostino, inserita all’interno della Segreteria delle Confraternite del centro storico. 


Qui si continuava la tradizione di celebrare la Festa della Madonna della Pace l’ultima domenica di agosto.

Nel 1995 la statua della Madonna della Pace, su richiesta dei padri Oblati di Maria Immacolata, desiderosi di avere nella loro parrocchia una Confraternita, viene trasferita nella Chiesa parrocchiale di S. Maria del Galeso, al Quartiere Paolo VI, mentre la Segreteria della Confraternita rimane presso la Chiesa di S. Agostino. 

In quell’anno ci furono anche le prime ammissioni di Confratelli dopo anni e si riprese l’abitudine di svolgere la Processione, che venne spostata alla IV domenica di settembre.

L’impegno dei nuovi Confratelli non durò molto e andò a decrescere, tanto che fu la Confraternita dell’Immacolata che continuò a curare l’impegno di organizzare la Processione fino all’anno 2015.

Dall’anno successivo lo spostamento della Segreteria delle Confraternite nella Chiesa di San Giuseppe e la partenza dei padri Oblati, fecero in modo che la Processione venne organizzata dalla Confraternita della Madonna della Pace, pur non avendo Confratelli attivi, spostando la data dello svolgimento tra fine settembre ad inizio ottobre in base alle necessità.

Oggi l’immagine della Madonna della Pace è ancora venerata nella Chiesa della Madonna del Galeso, anche se in città vecchia non si è spento il caro ricordo dell’Immagine della Vergine tanto cara al popolo tarantino.



28 maggio 2025

La Madonnina del Ferruzzi

Roberto Ferruzzi nacque a Sebenico, in Dalmazia, nel 1853 da genitori italiani. Condotto a 4 anni a Venezia, allora capitale della Cultura, per intraprendervi gli studi, alla morte improvvisa del padre, un noto avvocato, ritornò di nuovo in Dalmazia.
Qui visse fino all'età di 14 anni, dedicandosi agli studi classici e apprendendo, da autodidatta, i primi rudimenti della pittura. Destinato, secondo la tradizione di famiglia, alla professione forense, ritornò di nuovo a Venezia per completare gli studi e frequentare la Facoltà di Giurisprudenza a Padova. Nel 1879, dopo un ulteriore soggiorno in Dalmazia, maturò definitivamente la vocazione per l'arte e si stabilì a Luvigliano. La sua casa divenne meta di famosi artisti dell'epoca, come il musicista e amico Cesare Pollini. Alternando musica e pittura diede alla luce le sue opere migliori tra cui “Madonnina". Dopo la prematura scomparsa della amatissima moglie Ester Sorgato, condusse una vita piuttosto riservata. Morì il 16 febbraio 1934 ed è sepolto con la moglie e la figlia Mariska nel piccolo cimitero di Luvigliano.

Il dipinto
“Madonnina” è il dipinto di fama mondiale a cui è legato il nome di Roberto Ferruzzi. Con esso l'autore vinse nel 1897 la seconda Biennale di Venezia, alla quale aveva partecipato con l'intento di rappresentare la Maternità.
Il dipinto ci mostra una giovane donna che guarda verso l’alto, il corpo avvolto da una mantella blu con in grembo un Bambino che dorme.
Grazie alla straordinaria dolcezza espressiva, il dipinto ebbe un enorme successo popolare tanto che il nome originale di “Maternità”, viene cambiato, a furor di popolo, in “Madonnina”.
L'immagine della giovinetta undicenne col fratellino diventa il volto della Madonna con Bambino, riprodotta e diffusa in tutto il mondo, sotto diversi nomi: “Madonnina”, Madonna del Riposo, delle Vie, della Tenerezza, Madonnella, Zingarella.
Fu subito acquistato per trentamila lire, una cifra astronomica per quei tempi. Più volte rivenduto, viene acquistato dai Fratelli Alinari, proprietari della nota casa Fotografica, i quali prima di rivenderlo, si riservano il diritto di riproduzione di ogni tipo.
E' grazie a quelle riproduzioni che il quadro è giunto fino ad oggi, infatti dell'originale si perdono le tracce, quasi un giallo la sua fine.
L'ultimo proprietario noto era un americano che morì in Francia nel 1924.
Alcuni sostengono che sia andato perso con l'affondamento della nave che lo trasportava in America, a causa di una tempesta, altri per siluramento dei tedeschi.

La Modella
Modella ispiratrice del quadro di Madonnina fu una giovinetta di Luvigliano, Angelina Cian, seconda di 15 figli, che teneva in braccio il fratellino Giovanni, di pochi mesi. Ferruzzi, colpito da tanta tenera visione, immortalò su tela la bellezza di tale immagine, con l'intento di rappresentare la Maternità. All'epoca del ritratto Angelina Cian aveva solo 11 anni e, come era costume di allora, nelle famiglie numerose, le bambine più grandicelle dovevano trasformarsi in mamme a tempo pieno ed occuparsi dei fratellini più piccoli. Un bambino tra le braccia di una bambina: forse fu proprio questo aspetto che ispirò il Ferruzzi, il quale attraverso la sua arte cercò di sublimare la fatica quotidiana di questa giovane ragazza. Ma il destino riservava alla protagonista ben altre sorprese.
Angelina Cian, trasferitasi in seguito da Luvigliano a Venezia, sposò un certo Antonio Bovo e dopo le nozze seguì il marito in America intorno al 1906, stabilendosi ad Oakland in California. Con lo scoppio della prima guerra mondiale Antonio, per paura di essere chiamato in Italia a fare il soldato, fece perdere le sue tracce ai familiari in Italia.
La coppia ebbe 10 figli, ma nel 1929 la famiglia fu colpita da un grave lutto, la scomparsa prematura di Antonio Bovo, che allora aveva solo 42 anni. Furono tempi angoscianti per la povera vedova che non riuscì ad affrontare le grosse difficoltà e cedette alla disperazione tanto che fu internata in un manicomio nel quale rimase fino alla sua morte avvenuta nel 1972. Angelina moriva senza che nessuno sapesse mai della sua storia. Lei non aveva mai rivelato a nessuno di essere stata la modella di uno dei quadri più conosciuti del mondo.

La scoperta
Siamo nel 1984 ed una suora americana di origini venete, investigando sulle sue origini italiane, scopre qualcosa di sorprendente.
Mary Bovo, era la settima dei 10 figli di Angelina Cian e Antonio Bovo. In seguito alla morte del padre e al crollo psichico della madre, con altri fratelli andò a finire in un Istituto per orfani. Allora aveva appena 8 anni e non fu in grado di mantenere rapporti con i parenti lontani in Italia. Sentì pian piano la vocazione religiosa, e divenne suora con il nome di Suor Angela Maria, in omaggio a sua madre e a suor Angela, sua guida spirituale. Fu proprio Suor Angela che la invogliò a recarsi in Italia alla ricerca dei suoi lontani parenti.
A Venezia ritrovò due vecchie zie ottantenni, sorelle di Angelina Cian, sua madre. Fu una delle zie, Giulia, ultima dei 15 fratelli, che volle mostrarle una piccola immagine di forma rotonda: era la familiare “Madonna” del Ferruzzi.
“Questa è tua madre!”, disse zia Giulia.
“Lo so”, rispose Sr. Angela Maria, “E' la madre di tutti noi”, credendo che la vecchia zia parlasse della Madonna.
“No, no”, insistette la zia, comprendendo la reazione della religiosa: “È la tua vera madre!”
Da principio la Suora era scettica. La zia restò come offesa: "Perché dubiti?". Poi, mediante l’interprete, Giulia cominciò a narrare una storia che la lasciò sorpresa.
A causa delle guerre che sconvolgevano la Repubblica di Venezia i genitori di lei dovettero rifugiarsi sui colli euganei nel 1866, e fu lì che Roberto Ferruzzi vide Angelina Cian, la futura madre di suor Angela, allora dodicenne che custodiva il fratellino ancora lattante, formando un quadro stupendo.
Su richiesta di Suor Angela, seguendo le dichiarazione del figlio di Giulia, quest'ultimo riuscì a rintracciare gli eredi del Ferruzzi e, cercando tra le carte del pittore riuscirono a ritrovare la ricevuta autografa con cui Roberto Ferruzzi attestava di aver dato un compenso ad Angela Cian per aver posato.
Questa storia singolare è stata riportata per la prima volta dal Catholic Digest di San Francisco, ed ha suscitato meraviglia negli Stati Uniti e nel Canada, dove nel frattempo era stata trasferita Sr. Angela.

I dubbi
Ma non tutti sono d'accordo sulla ricostruzione dei fatti, scrive infatti il dott. Elio Ricciardi da Albignasego (Padova):
"Ho qualche dubbio che il quadro [del Ferruzzi] possa riguardare familiari di Sr. Angela Maria Bovo, che l’artista avrebbe incontrato sui Colli Euganei nel 1866. Il Ferruzzi infatti [come risulta dal vol. di Vanni Tacconi relativo alla Dalmazia: "Istria e Dalmazia, uomini e tempi", Ed. Del Bianco, Udine, pp. 464-465], nato a Sebenico nel 1854, si trasferì a Venezia con la famiglia nel 1868. Nel 1866 aveva, quindi, 12 anni e viveva ancora nella sua [e mia] Dalmazia. Il Ferruzzi visse comunque i suoi ultimi anni sui Colli Euganei, a Torreglia. Avanzerei quindi l’ipotesi che la famiglia di Sr. Angela, a conoscenza della presenza dell’artista negli Euganei e vedendo una somiglianza dei modelli del quadro con i propri congiunti, abbia supposto, convincendosene con il tempo, quanto narrato dalla stessa Sr. Angela [con la quale mi scuso per i miei dubbi].
Sempre restando nel campo delle ipotesi, ricordo di aver letto che il Ferruzzi avrebbe incontrato i modelli del quadro in questione in una collina sopra Genova e che il bambino in braccio alla giovane madre sarebbe poi diventato un "camallo", portuale genovese".




Il Crocifisso di San Damiano ad Assisi

Il crocifisso di San Damiano fu trasferito dalle clarisse nel Protomonastero di Santa Chiara in Assisi, dove è ammirabile tuttora, quando, nel 1257, si trasferirono dalla chiesa di San Damiano.
E’ il crocifisso dinanzi al quale San Francesco pregò nel 1205, ricevendone la chiamata a lavorare per la Chiesa del Signore. Interpretò dapprima la voce del Cristo come una richiesta a favore del restauro fisico della chiesetta di San Damiano e solo pian piano comprese che il Signore lo chiamava a lavorare per la Chiesa tutta.
Così ci racconta la Leggenda dei tre compagni (VI-VII-VIII):
Mentre passava vicino alla chiesa di San Damiano, fu ispirato a entrarvi. Andatoci prese a fare orazione fervidamente davanti all'immagine del Crocifisso, che gli parlò con commovente bontà: “Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va' dunque e restauramela”. Tremante e stupefatto, il giovane rispose: “Lo farò volentieri, Signore”. Egli aveva però frainteso: pensava si trattasse di quella chiesa che, per la sua antichità, minacciava prossima rovina. Per quelle parole del Cristo egli si fece immensamente lieto e raggiante; sentì nell'anima ch'era stato veramente il Crocifisso a rivolgergli il messaggio.
Uscito dalla chiesa, trovò il sacerdote seduto lì accanto, e mettendo mano alla borsa, gli offrì del denaro dicendo: “Messere, ti prego di comprare l'olio per fare ardere una lampada dinanzi a quel Crocifisso. Finiti questi soldi, te ne porterò degli altri, secondo il bisogno”.
In seguito a questa visione, il suo cuore si struggeva, come ferito, al ricordo della passione del Signore. Finché visse ebbe sempre nel cuore le stimmate di Gesù il che si manifestò mirabilmente più tardi, quando le piaghe del Crocifisso si riprodussero in modo visibile nel suo corpo...
Gioioso per la visione e le parole del Crocifisso, Francesco si alzò, si fece il segno della croce, poi, salito a cavallo, andò alla città di Foligno portando un pacco di stoffe di diversi colori. Qui vendette cavallo e merce e tornò subito a San Damiano.
Ritrovò qui il prete, che era molto povero, e dopo avergli baciato le mani con fede e devozione, gli consegnò il denaro... (qui la Leggenda racconta che, in un primo momento, il prete rifiutò di credergli e solo poi cominciò a fidarsi, cominciando infine a cucinare per Francesco che voleva solo fare penitenza).
Di ritorno alla chiesa di San Damiano, tutto felice e fervente, si confezionò un abito da eremita e confortò il prete di quella chiesa con le stesse parole d'incoraggiamento rivolte a lui dal vescovo. Indi, rientrando in città, incominciò ad attraversare piazze e strade, elevando lodi al Signore con l'anima inebriata. Come finiva le lodi, si dava da fare per ottenere le pietre necessarie al restauro della chiesa. Diceva: “Chi mi dà una pietra, avrà una ricompensa; chi due pietre, due ricompense; chi tre, altrettante ricompense!”...
C'erano anche altre persone ad aiutarlo nei restauri. Francesco, luminoso di gioia, diceva a voce alta, in francese, ai vicini e a quanti transitavano di là: “Venite, aiutatemi in questi lavori! Sappiate che qui sorgerà un monastero di signore, e per la fama della loro santa vita, sarà glorificato in tutta la chiesa il nostro Padre celeste”.
Era animato da spirito profetico, e preannunciò quello che sarebbe accaduto in realtà. Fu appunto nel sacro luogo di San Damiano che prese felicemente avvio, ad iniziativa di Francesco, a circa sei anni dalla sua conversione, l'Ordine glorioso e ammirabile delle povere donne e sacre vergini.

Analisi del Crocifisso
Vicino alla gamba sinistra di Gesù l'artista ha disegnato un gallo con il becco aperto ed il collo teso intento a cantare.Il sangue bagna alcuni Santi tra i quali si riconoscono i Santi Cosma e Damiano. A destra alcuni Apostoli non più identificabili perchè le mani che baciavano il crocifisso hanno logorato il dipinto. Tra questi si riconoscono Pietro e Paolo due colonne della Chiesa, per cui Francesco aveva una venerazione particolare.

San Giovanni, la Madonna e Longino sotto la Croce di Gesù. Maria sta alla destra di Gesù in luogo privilegiato ed in posto d'onore , Lei che è piena di grazia e benedetta fra tutte le donne.Le sue vesti ci parlano della sua grandezza con l'ampio velo e il mantello. La tunica viola evoca la composta nobiltà della Regina. Accanto a lei Giovanni il discepolo che Gesù amava e che rappresenta tutti noi. Piccolino sotto la Madonna con le vesti militari un soldato romano con nella mano la lancia con la quale squarcia il Costato di Cristo. Viene indicato con il nome di Longino scritto sotto i suoi piedi. La piccola statura è in confronto alla grandezza di Gesù. Rappresenta il popolo pagano.

Alla sinistra di Gesù vicinissima a Lui Maria Maddalena. E' una donna importante nel Vangelo,oltre che la peccatrice convertita da Gesù,è tra le donne che seguono Gesù nella Dolorosa Passione e al mattino di Pasqua sarà la prima a vedere il Signore Risorto.Dal volto si evidenzia il suo stupore e la sua ammirazione per i privilegi avuti. Accanto a lei Maria madre di Giacomo il minore che resterà sempre vicino a Gesù ed infine il centurione che sarà il primo a confessare : " Veramente quest'uomo è Figlio di Dio (Mc 15.39). Egli è lo stesso centurione di Cafarnao a cui Gesù aveva guarito il figlio e del quale Gesù aveva detta :" In verità vi dico che in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande " (Mt 8.10) . Alle sue spalle appare un fisico giovanile del ragazzo miracolato. L'uomo piccolino ha la barba e indossa una tunica corta secondo il costume degli ebrei e la tradizione riconosce in lui un certo Stefanon aiutante di Longino e rappresenta il popolo ebreo .Il Corpo di Gesù è un corpo vivo,vincente.

Gli angeli a destra e a sinistra sono i messaggeri di Dio ,suoi adoratori e suoi servi fedeli. Sono in tre che vivono la Passione ed indicano con le mani il corpo del Crocifisso ammirando le stimmate con visi addolorati ma sereni. Le braccia sono protese e ben salde,non scese.

Il Corpo di Cristo è rigido,vincente sulla morte e sulla croce.il volto ha un'espressione pacata : sofferente e seria ma composta e serena.I capelli ben ordinati circondano tutto il viso dando a gesù un atteggiamento di pacata bellezza e nobiltà.L'aureola è d'oro come la croce all'interno della stessa aureola che vuole significare un Crocifisso Glorioso. Gli occhi del Cristo triumphans sono aperti. Il viso non è un viso sofferente.

In alto l'Ascensione di Cristo verso la mano del Padre che lo accoglie in cielo.il crocefisso risorto entra nella gloria del Padre e prepara un posto ai suoi come aveva promesso nell'ultima cena. Una scena tutta in movimento che simboleggia la vita e la vittoria. All'estremità superiore della croce racchiusa in un semicerchio aperto all'infinito verso l'alto appare la mano benedicente del Padre. Dieci angeli sono in cima alla croce e fanno corona all'Ascensione muovendosi con gioiosa agitazione.



Il Crocifisso con tre espressioni

Ad Assisi, nel meraviglioso convento di San Damiano, celeberrimo è il crocifisso che parlò a San Francesco, anche se in realtà qui è posta una copia, l'originale si trova nella Basilica di Santa Chiara.
Meno Conosciuto, ma che ugualmente ispira sacralità è un altro Crocifisso posto in questa Chiesa, che ha la caratteristica di apparire agli occhi dell'osservatore con tre espressioni diverse in base.
Il Crocifisso può apparire, in base al punto di osservazione come sorridente, agonizzante o morto.
La sua origine è avvolta nella leggenda. Un giorno del 1630 Fra’ Innocenzo da Palermo, umile frate francescano, decise di scolpire un crocifisso in legno di ebano. Lo iniziò dal corpo, a cui riuscì a dare la forma desiderata. E lasciò per ultimo il volto, cioè la parte più difficile della scultura che si era prefissata. Che aspetto dargli? Il frate era colto da indefinibile e profonda perplessità. Una notte si coricò con l’anima appesantita da questa problema, ma quando al mattino si accinse a continuare l’opera che aveva lasciato incompiuta, la trovò inaspettatamente finita, con un meraviglioso volto, realizzato da un artista ignoto, ricco di sfaccettature e che mostra, a seconda dell’angolo di osservazione, il divino crocifisso sorridente, agonizzante o ormai morto


Il trigramma di S. Bernardino da Siena

Affinché la sua predicazione venisse ricordata, Bernardino la riassumeva nella devozione al Nome di Gesù e per questo inventò un simbolo dai colori vivaci che veniva posto in tutti i locali pubblici e privati, sostituendo blasoni e stemmi delle famiglie e delle varie corporazioni spesso in lotta tra loro.
Il trigramma del nome di Gesù, divenne un emblema celebre e diffuso in ogni luogo, lo si ritrova in ogni posto dove Bernardino e i suoi discepoli abbiano predicato o soggiornato.
Sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena campeggia enorme e solenne, opera dell’orafo senese Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro.
Spesso figurava sugli stendardi che precedevano Bernardino, quando arrivava in una nuova città per predicare e sulle tavolette di legno che il santo francescano poggiava sull’altare, dove celebrava la Messa prima dell’attesa omelia, e con la tavoletta al termine benediceva i fedeli.
Il trigramma fu disegnato da Bernardino stesso; il simbolo consiste in un sole raggiante in campo azzurro, sopra vi sono le lettere IHS. La sigla IHS (o in alfabeto greco ΙΗΣ) compare per la prima volta nel III secolo fra le abbreviazioni utilizzate nei manoscritti greci del Nuovo Testamento, abbreviazioni chiamate oggi Nomina sacra. Essa indica il nome ΙΗΣΟΥΣ (cioè “Iesous”, Gesù, in lingua greca antica e caratteri maiuscoli).
Alla sigla IHS si sono date anche altre spiegazioni, come l’abbreviazione di “In Hoc Signo (vinces)”, il motto costantiniano, oppure di “Iesus Hominum Salvator”.
Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato; il sole centrale è chiara allusione a Cristo che dà la vita come fa il sole, e suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità.
Il calore del sole è diffuso dai raggi, ed ecco allora i dodici raggi serpeggianti cioè i dodici Apostoli e poi da otto raggi diretti che rappresentano le beatitudini; la fascia che circonda il sole rappresenta la felicità dei beati che non ha termine, il celeste dello sfondo è simbolo della fede; l’oro dell’amore.
Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce, in alcuni casi la croce è poggiata sulla linea mediana dell’H.
Il significato mistico dei raggi serpeggianti era espresso in una litania: 1° rifugio dei penitenti; 2° vessillo dei combattenti; 3° rimedio degli infermi; 4° conforto dei sofferenti; 5° onore dei credenti; 6° gioia dei predicanti; 7° merito degli operanti; 8° aiuto dei deficienti; 9° sospiro dei meditanti; 10° suffragio degli oranti; 11° gusto dei contemplanti; 12° gloria dei trionfanti.
Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi di San Paolo: “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”.
Il trigramma bernardiniano ebbe un gran successo, diffondendosi in tutta Europa, anche s. Giovanna d’Arco volle ricamarlo sul suo stendardo e più tardi fu adottato anche dai Gesuiti.

La Madonna di Loreto di Cannara

La storia della statua che si venera a Cannara è strettamente legata ad uno dei momenti più drammatici della storia della Santa Casa di Loreto.
Siamo nel 1797 e Napoleone entra nella città e fa razzia del tesoro della Santa Casa. Porta via anche la statua della Madonna per esporla come simbolo della superstizione cristiana
In queste ore difficili anche l'Arcidiacono della città Ludovico Sensi tradisce i suoi ideali e collabora con i francesi per ottenere la nomina a governatore della città, arrivando perfino a voler demolire la Santa Casa.
Ci volle l'insurrezione del popolo, unito nella difesa delle sacre pietre per fargli desistere dal suo terribile proposito.
La statua della Madonna fu portata in Francia ed esposta al museo del Louvre catalogato come manufatto in legno orientale di suola egizio-giudaica.
Per il periodo in cui la Santa Casa fu priva della sua statua (che fu restituita nel 1801), fu esposta nel Santuario una copia proveniente dalla Chiesa della Buona Morte(in origine delle Sacre Stimmate) di Cannara, cittadina in provincia di Perugia.
La Chiesa sorge sul luogo dove San Francesco ideò il terz'ordine, costituito da uomini e donne, che, pur rimanendo “nel secolo” e continuando le proprie attività, si ispiravano ai suoi ideali.
La statua della Madonna di Loreto, in legno di pioppo era di origine tardo-medievali, appartentente alla nobile famiglia Lusignani di Cipro, legata da parentela con Baldovino IV re di gerusalemme, della quale l'ultima erede legittima, la regina Carlotta, attorno al 1460 l’avrebbe portata con sé nel suo esilio a Loreto. 
E' certo che un Pietro Lusignani, oriundo di Cipro, canonico della basilica di Loreto dal 1731 al 1758, ne era proprietario prima che, per un insieme di vicende, tale statua pervenisse nelle mani di don Vincenzo Murri, storico insigne della Santa Casa. Questi la donò il 2 luglio 1826 al Cannarese don Pasquale Modestini che la accolse in una una piccola chiesa dedicata alla Vergine Lauretana, che lo stesso don Modestini aveva fatto appositamente costruire con le stesse misure della Santa Casa.

La Madonna di Loreto

La Santa Casa di Loreto è parte dell’abitazione della Vergine Maria, la quale era costruita da una grotta scavata nella roccia e da una camera antistante.
Secondo la tradizione a Nazareth ci sarebbe stata la dimora della Vergine Maria, dove ella nacque, ebbe l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele e dove visse fino alle nozze con Giuseppe.
La leggenda narra che la Santa Casa fu trasportata nel 1291 in una sola notte dalla Palestina alle coste Illiriche a Tersatto, nell’odierna Croazia e da qui il 10 dicembre 1294 giunse sul colle lauretano. 

La Basilica
La Santa Casa è custodita all’interno di un rivestimento marmoreo ideato dal Bramante che nel 1509 ne approntò il disegno. Fu realizzato sotto la direzione di Antonio Sansovino, Ranieri Nerucci e Antonio da Sangallo il Giovane.
Fin dal secolo XVI i pellegrini erano solidi girare intono alla Santa Casa in ginocchio, dove nei secoli si scavarono due profondi solchi che ancora si possono notare.
La basilica, iniziata nel 1469, patrocinata da Paolo II, fu opera di vari artistici che si succedettero conferendogli l’aspetto che oggi è visibile al pellegrino. 
Fu completata nel 1587 con la costruzione della facciata in stile tardo – rinascimentale di matrice fiorentina ad opera di tre architetti: Giovanni Boccalini, Giovan Battista Ghioldi e Lattanzio Ventura. 
La basilica è costituita da un emiciclo e 13 cappelle absidali in stile tardogotico di derivazione fiorentina, chiamate cappelle delle nazioni. La cupola, decorata con affreschi di Cesare Maccari, si possono riconoscere il ciclo delle Litanie Lauretane, la Santissima Trinità attorniata dai Troni, Dominazioni Cherubini, Serafini, Potestà, Principati, gli arcangeli Michele Raffaele e Gabriele e le invocazioni a Maria come Regina. Chiudono l’esterno della basilica le porte in bronzo forgiate nella fonderia di Recanati nel 1600, rappresentanti episodi della storia della salvezza.
Davanti alla facciata della basilica sorge la statua di Sisto V, papa francescano e marchigiano, che elevò Loreto nel 1586 al grado di città e diocesi.

La Santa Casa tra storia e leggenda
Agli inizi di maggio del 1291 Nazareth e tutta la Palestina erano dominio dei Turchi che avevano sconfitto i Cristiani durante le crociate. Secondo la tradizione alcuni angeli prelevarono la Santa Casa e la portarono via in volo. Il 10 maggio 1291 gli angeli lasciarono la casa a Tersatto, nei pressi della città di Fiume; furono dei boscaioli, stupiti, a trovare la piccola dimora. 
In quel luogo, però, i pellegrini erano spesso preda di ladri e malfattori; così, tre anni e sette mesi dopo, gli angeli ripresero la Santa Casa e con essa si alzarono in volo. Attraversarono l'Adriatico e appena giunti nelle Marche la posarono nei pressi di Ancona, sul colle su cui oggi sorge la chiesa di Santa Maria Liberatrice di Posatora, La Santa Casa restò in quel luogo nove mesi; poi gli angeli la sollevarono nuovamente e la posarono più a sud, nei pressi di Porto Recanati, in località Banderuola.
Questa volta furono dei pastori a vedere una luce abbagliante uscire dalle nubi e, dietro la luce, la casa. Il luogo era però troppo vicino al mare e dunque esposto ai pericoli delle incursioni turche; inoltre anche lì cominciavano ad accorrere malfattori per derubare i fedeli che giungevano in pellegrinaggio. Otto mesi più tardi la Casa sarebbe stata nuovamente spostata dagli angeli, questa volta sul Monte Prodo (ove poi nacque la cittadina di Loreto), su un terreno di proprietà dei conti Stefano e Simone Rinaldi di Antici, due fratelli che presto iniziarono a trarre profitto dai continui pellegrinaggi di fedeli al punto da fare una petizione al papa Bonifacio VIII per divenirne proprietari. Di nuovo gli angeli sollevarono in volo la Santa Casa e la posarono, alla fine del 1296, al centro della strada che da Recanati va al suo porto, e dunque in un luogo pubblico, che nessuno avrebbe potuto reclamare e sfruttare. Il luogo scelto si trovava sulla cima di una collina coperta di lauri. Dal termine latino laurus il luogo si chiamò Lauretum, e quindi Loreto.
Molto si è discusso su chi fossero gli “angeli” che hanno portato la Santa Casa a Loreto, attualmente la teoria più accreditata è che si tratti di una nobile famiglia denominata Angeli che l’hanno trasportata in modo provvidenziale via nave.
Era il 17 maggio 1900 quando Giuseppe Lapponi, archiatra pontificio di Leone XIII, indicava di aver letto negli archivi vaticani alcuni documenti che indicavano una nobile famiglia bizantina di nome Angeli, che salvò i materiali della Casa della Madonna dalla devastazione musulmana e li fece trasportare a Loreto.
Secondo un documento che risale al 1294, il despota Niceforo Angeli diede la propria figlia Ithamar in sposa a Filippo di Taranto, che era il quarto figlio di Carlo II d’Angiò, re di Napoli. Tra i beni della dota erano comprese “le sante pietre portate via dalla casa di Nostra Signora la Vergine Madre di Dio".
A quel tempo le Sante pietre si trovavano in Illiria, dove erano state portate nel 1291, probabilmente da alcuni cavalieri crociati che le avevano portate in Europa dopo aver perso Gerusalemme.
Verosimilmente le pietre sono state smontate, caricate su di una nave e portate in Illiria e da qui a Loreto.
A conferma di ciò è il ritrovamento tra le sante pietre di cinque croci di stoffa rossa che abitualmente adornavano l’abito dei Cavalieri cristiani in Terrasanta.
Alcuni scavi condotti a Nazareth, dove attualmente sorge la Basilica dell’ Annunciazione, dimostrano che le Sante pietre coincidono perfettamente con la roccia dove erano addossate. Inoltre la lavorazione delle pietre era fatta secondo una tecnica diffusa in Galilea ed il materiale in pietra arenaria non era reperibile nella zona.
La traslazione a Loreto sarebbe avvenuta durante il breve papato di Celestino V. Questi, incoronato a L'Aquila il 29 agosto 1294 per volontà del re di Napoli Carlo II d'Angiò e trasferitosi poi nella città partenopea il 13 dicembre successivo, rinunciò al pontificato. Non mise mai piede a Roma dove lo sostituiva, in qualità di Vicarius Urbis (Vicario del papa), Salvo, vescovo di Recanati. Salvo era stato nominato dall'ascolano papa Niccolò IV nel 1291 e svolse l'incarico fino al 1296. Probabilmente fu allora che il vescovo Salvo, dovendo destinare - a nome del papa - le "Sante pietre" di una reliquia così insigne, pensò al territorio della sua Diocesi di Recanati, facendole approdare al suo porto, attivo fin dal 1229 per concessione dell'imperatore Federico II di Svevia.

La statua.
Se un tempo le tre pareti della casa della Madonna addossavano su una roccia, oggi la parte 'mancante' alloggia un altare sopra il quale è collocata e venerata la Madonna Nera con il Bambino,dello stesso colore, che tiene nella mano una globo crucifero blu. 
Le più antiche cronache del Santuario(1468) narrano che insieme alla Santa Casa di Nazareth, a Loreto sarebbe giunta un' icona dipinta su tavola, così descritta "una pittura tanto dolce e bella, bello il volto e un poco nero con colore rosso".Questa tavola, di cui si sono perse le tracce, attribuita a San Luca, venne sostituita da una statua lignea di abete rosso, variamente e delicatamente dipinta. La tradizione vuole che i ceri continuamente accesi e le lampade a olio avessero annerito totalmente la statua. La statua fu rivestita di una dalmatica riccamente decorata.
I colori del mantello sono nero, bianco, rosso e giallo oro, intarsiato da finissimi ricami in fili d’oro e da gemme preziose; nelle cinque semilune nere, guardando dal basso verso l’alto, si notano una croce, un volto di demone mostruoso, sotto il quale una “M” ed una “A” intrecciate tra loro e sormontate da una corona e, infine, una luna a forma di falce. L’ultimo in alto è un triangolo rosso con la punta verso il basso.
In molti affermano, in senso metaforico, che la Madonna Nera rappresenta la “forza primordiale della natura che ha in sé la fonte della vita eterna; è la Madre Universale, la Madre di Cristo, con il quale diventa tutt’uno in un abbraccio di Amore infinito”.

Nel 1797 Napoleone Bonaparte entra a Loreto con le sue truppe e prende personalmente la statua per portarla in Francia insieme al tesoro della Santa Casa ed esporla come simbolo della superstizione cristiana. 
Napoleone fu accolto dall’Arcidiacono della città Ludovico Sensi che, abbracciando la causa francese ottenne il titolo di Governatore della città. Questi si recò verso la Santa Casa per demolirla, ma dovette desistere dal suo proposito dalla ferma opposizione del popolo che accorse in difesa delle Sante pietre.
La statua venne sostituita con altra statua in legno di pioppo, che, oggi, viene conservata a Cannara (PG) nella chiesa della Buona morte (ovvero delle Sacre Stimmate), ritenuto l’unico esemplare realizzato e venerato durante il periodo napoleonico.
A Treia(MC), nel monastero della Visitazione delle suore visitandine c’è una copia della Madonna che una leggenda vuole come l’originale, che fu portata via dalla Santa Casa e sostituita con una copia nell’imminenza dell’arrivo delle truppe francesi, proprio per evitarne il furto.
La statua rubata da Napoleone fu esposta al museo del Louvre tra i cimeli di arte catalogata come “statua di legno orientale di scuola egizio-giudaica”. Fu restituita dallo stesso Napoleone a Pio VII nel 1801, anno in cui fu siglato l’accordo tra la Santa Sede e la Francia con il quale questa ritrovò la libertà di culto dopo la rivoluzione. Il pontefice fece portare la statua dal Roma a Loreto con un viaggio da Madonna Pellegrina durato otto giorni che si concluse con l’arrivo in città il 9 dicembre 1801.
Tornata nella sua sede, vi rimase fino al 1921 quando fu distrutta da un incendio che aveva colpito la Santa Casa.
Lo stesso anno Pio XI volle sostituirla con un’altra intagliata da un cedro del libano proveniente dai Giardini Vaticani.
La statua fu modellata da Enrico Quattrini e dipinta da Leopoldo Celani in un colore molto scuro per non discostarsi dall’originale.
Lo stesso pontefice provvide alla sua incoronazione nella Basilica di San Pietro ed al trasporto solenne a Loreto nel 1922.

Patrona egli aviatori
Nel corso dei secoli pittori e scultori hanno raffigurato il trasporto della Santa Casa con gli angeli che la sostenevano in volo.
Di conseguenza, quando l’uomo cominciò a conquistare le vie dell’aria per viaggiare fu l’immagine più adatta a cui affidarsi.
Fin dal 1912 la società Aviatori e Aeronauti con sede a Torino si era affidata alla protezione della Madonna di Loreto, devozione che si rinnoverà nel 1915 quando farà dipingere l’immagine della Madonna sulle proprie bandiere.
Nel 1920, a suggello di questo connubio, il Santo Padre Benedetto XV proclamerà la Madonna di Loreto Patrona degli aviatori.




Storia del culto a Maria SS. Addolorata

Il mistero della partecipazione della Vergine Maria alla passione e morte del Figlio è l’avvenimento evangelico che ha trovato più intensa e vasta risonanza nella religiosità popolare, che nelle lacrime versate da Maria rispecchia le sofferenze del popolo devoto. 
La devozione alla Madonna Addolorata si sviluppa nel XI secolo con la commemorazione dei suoi 5 Gaudi e dei 5 Dolori (divenuti 7 dal 1236), grazie alla predicazione di S. Anselmo e di San Bernardo e con la pubblicazione del “Liber de passione Christi et dolore et planctu Matris eius” di ignoto, con il quale si inizia una letteratura, che porta alla composizione in varie lingue del “Pianto della Vergine”.
Testimonianza di questa devozione è il popolarissimo ‘Stabat Mater’ in latino, attribuito a Jacopone da Todi, il quale compose in lingua volgare anche le famose ‘Laudi’ 
Il 15 Agosto del 1233 sette nobili fiorentini, che erano soliti esprimere le loro lodi davanti ad un'immagine di Maria, la videro animarsi e vestire a lutto per l'odio che attanagliava Firenze divisa da lotte fraticide.
Vestirono un abito nero in omaggio al lutto e alla vedovanza di Maria e si ritirarono sul monte Senario, fondando la “Compagnia di Maria SS. Addolorata”, denominata poi “Servi di Maria”.
L’Ordine che già nel nome si qualificava per la devozione alla Madre di Dio, si distinse nei secoli per l’intensa venerazione e la diffusione del culto dell’Addolorata.
Nel 1423 a Colonia imperversava l' eresia degli Ussiti che erano soliti oltraggiare le immagini del Crocifisso e di Maria.
Per riparare a questa profanazione il Concilio provinciale dei Servi di Maria istituìla festa della Commemorazione dell’angoscia e dei dolori della beata Vergine Maria da celebrarsi il venerdì dopo la terza domenica di Pasqua. 
Nel 1482 Sisto IV fece inserire la Messa nel Messale Romano con il titolo “Nostra Signora della Pietà”. La festa dell’Addolorata si diffuse per tutto l'Occidente in varie date, sorretta dalla devozione del popolo, tanto che alla fine del XV secolo Carlo V commissionò tre dipinti per spiegare al popolo il significato dei 7 dolori di Maria collocandoli nella Chiesa di Burgos.
Il 9 giugno del 1668, la S. Congregazione dei Riti permetteva ai Servi di Maria di celebrare la Messa votiva dei sette Dolori della Beata Vergine la domenica successiva dopo l'esaltazione della S. Croce (terza di settembre), autorizzazione che fu confermata dal Papa. Innocenzo XII, il 9 agosto 1692.
Man mano che il culto si diffondeva; il 18 agosto 1714 la Sacra Congregazione approvò una celebrazione dei Sette Dolori di Maria, il venerdì precedente la Domenica delle Palme, confermato da Papa Benedetto XIII, il quale, su richiesta del Priore generale dei Serviti, con decreto del 22 agosto 1727, iscriveva nel calendario romano la Festa dei Sette Dolori della Beata Vergine Maria, fissandone la data al venerdì dopo la domenica di Passione.
Nel 1735 Filippo V di Spagna estese la festa dell'Addolorata il 15 Settembre in tutto il regno, tanta era la devozione dei Fedeli.
Il 18 settembre 1814 Papa Pio VII estese la festa liturgica della terza domenica di settembre a tutta la Chiesa universale, con inserimento nel calendario romano.
Infine Papa Pio X nel 1913, per salvaguardare la festività della domenica, fissò la data definitiva nel 15 Settembre, giorno dopo l'esaltazione della S. Croce ed ottava della Natività di Maria.





La festa della "Candelora"

Secondo il Vangelo di Luca, dopo la nascita di Gesù i suoi genitori hanno rispettato gli obblighi prescritti dalla legge di Mosè. Dopo 8 giorni il bambino fu circonciso e gli fu messo il nome di Gesù. Quaranta giorni dopo la nascita era il momento della cerimonia della Purificazione.
Secondo l'usanza, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva recarsi al Tempio con un'offerta per purificarsi.
Inoltre ogni figlio veniva considerato "proprietà" di Javeh e dopo la sua nascita i genitori lo riscattavano portando un offerta al Tempio.
Maria e Giuseppe si recarono quindi al Tempio per adempiere a queste prescrizioni.
L'usanza di commemorare quest'avvenimento ha origine in oriente. Attualmente si festeggia il 2 febbraio, quaranta giorni dopo il Santo Natale.
In origine veniva celebrato l’incontro del Signore con il vecchio Simeone. Da qui la festa prende il nome greco di “Ipapante” (incontro). Il vecchio Simeone e la profetessa Anna riconoscono nel Bambino Gesù l’atteso Messia. Tale festa, quindi, veniva inclusa nella serie di avvenimenti che manifestano il Signore come Messia. Nel corso del tempo si è messa in risalto la purificazione di Maria e il riscatto del primogenito dopo quaranta giorni dalla nascita. Da Gerusalemme questa festa si diffuse poi in tutto l’Oriente, fino a Roma, dove era dedicata alla Purificazione della SS. Vergine Maria fino al 1960 quando la riforma le ha restituito l'antico titolo di "Presentazione del Signore".
Dopo il Concilio la Chiesa ha voluto abbinare questo momento alla vita consacrata con la professione o il rinnovo dei voti dei religiosi.
La festa è detta anche della “candelora” perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo luce del mondo come viene chiamato il Bambino Gesù dal vecchio profeta Simeone: «luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». Poi, rivolto alla Vergine Maria le profetizza il suo cammino doloroso: «anche a te una spada trafiggerà l'anima».
Tradizionalmente in questo giorno nelle case tarantine viene smontato il presepe, quasi ad indicare la fine dal periodo natalizio.

Stellario alla Vergine Immacolata

Il pio esercizio dello Stellario nasce dall'impegno dei francescani nel divulgare presso i fedeli il culto all'Immacolata.
Le prime notizie sul pio esercizio dello Stellario all'Immacolata risalgono al secolo XVIII. La devozione trae ispirazione dal testo dell' Apocalisse:«Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle». Probabilmente, il pio esercizio riprende dal brano biblico il nome, per il richiamo alla «corona di dodici stelle». La corona adorna il capo della Donna - identificata con Maria da alcuni Padri e scrittori ecclesiastici - e le dodici stelle indicano i privilegi di grazia che costituiscono per la Vergine un singolare ornamento.
La struttura dello Stellario si articola in una «corona» suddivisa in tre parti, ognuna delle quali è composta da un Pater, quattro Ave Maria intercalate da altrettante quartine che terminano con la giaculatoria: «O Concetta Immacolata», e un Gloria.
La pratica ebbe un grande sviluppo soprattutto in Sicilia dove i francescani istituirono la festa l'ultima domenica di agosto. La devozione arriva fino a Roma dove nella basilica di San Lorenzo in Damaso viene istituita l'Arciconfraternita dello Stellario.
Nella metà del 1600 alcuni decreti dell'inquisizione ne proibiscono la recita, annullano le indulgenze concesse a chi lo recita ed aboliscono le confraternite.
In seguito, grazie alla devozione popolare la pia pratica venne ripresa ben prima della definizione dogmatica del 1854 soprattutto nel sud Italia ed in modo particolare a Palermo. Già nel 1643, il nuovo Viceré di Spagna, don Giovanni Alfonso Henriquez Cabrera, che aveva proclamato solennemente l’Immacolata Concezione “principale patrona di tutto il Regno”, coronando così “il voto di credere e di difendere, fino all’ultimo spirito di vita, l’Immacolata Concezione della B.V. Maria e di digiunare la vigilia della festa”. 

TESTO TRADIZIONALE

Con il primo Padre nostro ringraziamo l'Eterno Padre per i privilegi concessi alla Santissima Vergine Immacolata, come sua dilettissima Figlia.
Padre nostro…
O Concetta Immacolata,
fosti eletta dal gran Padre
del suo Figlio degna Madre,
fra le amate la più amata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Tu, sebben di Adamo Figlia,
dal suo fallo fosti esente,
e la testa del serpente
dal tuo pie' fu conculcata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Tutta pura, tutta bella,
dal peccato originale,
dal mortale e dal veniale,
fosti sempre preservata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Fosti ancor preordinata,
per riparo all'uom che geme,
ci dai vita, ci sii speme,
ci sei scorta e avvocata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Gloria…

Con il secondo Padre nostro ringraziamo l'Eterno Divin Figlio per i privilegi concessi alla Santissima Vergine Immacolata, come sua degnissima Madre.
Padre nostro…
Non fu mai verginitade
della tua più bella e chiara,
del Dio Figlio Madre cara
tutt'a lui sempre sacrata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Fu la tua feconditade
per virtù del Santo Amore,
sempre illeso il tuo candore,
Vergin sei sempre e illibata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
La tua santa gravidanza
al tuo seno non fu grave:
ma dolcissima e soave,
che ti rese ognor Beata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Quando giunse poi il momento,
in cui nacque il Salvatore,
fosti invece di dolore
di letizia ricolmata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Gloria…

Con il terzo Padre nostro ringraziamo lo Spirito Santo per i privilegi concessi alla Santissima Vergine Immacolata, come sua purissima e amatissima Sposa.
Padre nostro…
Per suo tempio e per sua sposa
ti accettò l'Eterno Amore;
di sue fiamme accese il core,
d'ogni ben ti rese ornata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
D'ogni grazia sei ripiena;
o degli Angeli Regina;
l'opra sei tutta divina
dall'Altissimo cerata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Colma sei di santitade,
ma colmata in tal misura,
da non esser creatura
sotto Dio più ricolmata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Finalmente sei Rifugio,
o Maria dei peccatori;
non sprezzar dunque i clamori
di chi sei Madre e Avvocata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Gloria…

O Purissima ed Immacolatissima Signora Maria, bella Figlia del Padre, dolce Madre del Figlio e cara Sposa dello Spirito Santo, già dolente e pentito di vero cuore io mi prostro ai piedi del tuo SS. Figlio Gesù, chiedendo pietà, perdono e misericordia delle mie colpe.
Oh! Che potesse spezzarmisi il cuore e stemperarlo in vive lacrime di sangue per piangere e detestare il mio errore!
Non guardare i miei demeriti, o Madre pietosa, o Rifugio dei peccatori, mentre ti prometto di non offendere più, con il divino aiuto, la Maestà del mio Redentore; e fa', o potentissima Signora, che dopo le miserie di questa vita possa conseguire una santa morte assicurata dalla tua assistenza: e se qui in terra ti lodo coronata di stelle, concedimi di vederti in Paradiso coronata di gloria.
Mentre ora ti ringrazio e ti esalto col dire: Sia lodato il SS. Sacramento e viva la gran Madre di Dio, Maria Santissima concepita senza macchia di peccato originale.




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