28 maggio 2025

La Madonnina del Ferruzzi

Roberto Ferruzzi nacque a Sebenico, in Dalmazia, nel 1853 da genitori italiani. Condotto a 4 anni a Venezia, allora capitale della Cultura, per intraprendervi gli studi, alla morte improvvisa del padre, un noto avvocato, ritornò di nuovo in Dalmazia.
Qui visse fino all'età di 14 anni, dedicandosi agli studi classici e apprendendo, da autodidatta, i primi rudimenti della pittura. Destinato, secondo la tradizione di famiglia, alla professione forense, ritornò di nuovo a Venezia per completare gli studi e frequentare la Facoltà di Giurisprudenza a Padova. Nel 1879, dopo un ulteriore soggiorno in Dalmazia, maturò definitivamente la vocazione per l'arte e si stabilì a Luvigliano. La sua casa divenne meta di famosi artisti dell'epoca, come il musicista e amico Cesare Pollini. Alternando musica e pittura diede alla luce le sue opere migliori tra cui “Madonnina". Dopo la prematura scomparsa della amatissima moglie Ester Sorgato, condusse una vita piuttosto riservata. Morì il 16 febbraio 1934 ed è sepolto con la moglie e la figlia Mariska nel piccolo cimitero di Luvigliano.

Il dipinto
“Madonnina” è il dipinto di fama mondiale a cui è legato il nome di Roberto Ferruzzi. Con esso l'autore vinse nel 1897 la seconda Biennale di Venezia, alla quale aveva partecipato con l'intento di rappresentare la Maternità.
Il dipinto ci mostra una giovane donna che guarda verso l’alto, il corpo avvolto da una mantella blu con in grembo un Bambino che dorme.
Grazie alla straordinaria dolcezza espressiva, il dipinto ebbe un enorme successo popolare tanto che il nome originale di “Maternità”, viene cambiato, a furor di popolo, in “Madonnina”.
L'immagine della giovinetta undicenne col fratellino diventa il volto della Madonna con Bambino, riprodotta e diffusa in tutto il mondo, sotto diversi nomi: “Madonnina”, Madonna del Riposo, delle Vie, della Tenerezza, Madonnella, Zingarella.
Fu subito acquistato per trentamila lire, una cifra astronomica per quei tempi. Più volte rivenduto, viene acquistato dai Fratelli Alinari, proprietari della nota casa Fotografica, i quali prima di rivenderlo, si riservano il diritto di riproduzione di ogni tipo.
E' grazie a quelle riproduzioni che il quadro è giunto fino ad oggi, infatti dell'originale si perdono le tracce, quasi un giallo la sua fine.
L'ultimo proprietario noto era un americano che morì in Francia nel 1924.
Alcuni sostengono che sia andato perso con l'affondamento della nave che lo trasportava in America, a causa di una tempesta, altri per siluramento dei tedeschi.

La Modella
Modella ispiratrice del quadro di Madonnina fu una giovinetta di Luvigliano, Angelina Cian, seconda di 15 figli, che teneva in braccio il fratellino Giovanni, di pochi mesi. Ferruzzi, colpito da tanta tenera visione, immortalò su tela la bellezza di tale immagine, con l'intento di rappresentare la Maternità. All'epoca del ritratto Angelina Cian aveva solo 11 anni e, come era costume di allora, nelle famiglie numerose, le bambine più grandicelle dovevano trasformarsi in mamme a tempo pieno ed occuparsi dei fratellini più piccoli. Un bambino tra le braccia di una bambina: forse fu proprio questo aspetto che ispirò il Ferruzzi, il quale attraverso la sua arte cercò di sublimare la fatica quotidiana di questa giovane ragazza. Ma il destino riservava alla protagonista ben altre sorprese.
Angelina Cian, trasferitasi in seguito da Luvigliano a Venezia, sposò un certo Antonio Bovo e dopo le nozze seguì il marito in America intorno al 1906, stabilendosi ad Oakland in California. Con lo scoppio della prima guerra mondiale Antonio, per paura di essere chiamato in Italia a fare il soldato, fece perdere le sue tracce ai familiari in Italia.
La coppia ebbe 10 figli, ma nel 1929 la famiglia fu colpita da un grave lutto, la scomparsa prematura di Antonio Bovo, che allora aveva solo 42 anni. Furono tempi angoscianti per la povera vedova che non riuscì ad affrontare le grosse difficoltà e cedette alla disperazione tanto che fu internata in un manicomio nel quale rimase fino alla sua morte avvenuta nel 1972. Angelina moriva senza che nessuno sapesse mai della sua storia. Lei non aveva mai rivelato a nessuno di essere stata la modella di uno dei quadri più conosciuti del mondo.

La scoperta
Siamo nel 1984 ed una suora americana di origini venete, investigando sulle sue origini italiane, scopre qualcosa di sorprendente.
Mary Bovo, era la settima dei 10 figli di Angelina Cian e Antonio Bovo. In seguito alla morte del padre e al crollo psichico della madre, con altri fratelli andò a finire in un Istituto per orfani. Allora aveva appena 8 anni e non fu in grado di mantenere rapporti con i parenti lontani in Italia. Sentì pian piano la vocazione religiosa, e divenne suora con il nome di Suor Angela Maria, in omaggio a sua madre e a suor Angela, sua guida spirituale. Fu proprio Suor Angela che la invogliò a recarsi in Italia alla ricerca dei suoi lontani parenti.
A Venezia ritrovò due vecchie zie ottantenni, sorelle di Angelina Cian, sua madre. Fu una delle zie, Giulia, ultima dei 15 fratelli, che volle mostrarle una piccola immagine di forma rotonda: era la familiare “Madonna” del Ferruzzi.
“Questa è tua madre!”, disse zia Giulia.
“Lo so”, rispose Sr. Angela Maria, “E' la madre di tutti noi”, credendo che la vecchia zia parlasse della Madonna.
“No, no”, insistette la zia, comprendendo la reazione della religiosa: “È la tua vera madre!”
Da principio la Suora era scettica. La zia restò come offesa: "Perché dubiti?". Poi, mediante l’interprete, Giulia cominciò a narrare una storia che la lasciò sorpresa.
A causa delle guerre che sconvolgevano la Repubblica di Venezia i genitori di lei dovettero rifugiarsi sui colli euganei nel 1866, e fu lì che Roberto Ferruzzi vide Angelina Cian, la futura madre di suor Angela, allora dodicenne che custodiva il fratellino ancora lattante, formando un quadro stupendo.
Su richiesta di Suor Angela, seguendo le dichiarazione del figlio di Giulia, quest'ultimo riuscì a rintracciare gli eredi del Ferruzzi e, cercando tra le carte del pittore riuscirono a ritrovare la ricevuta autografa con cui Roberto Ferruzzi attestava di aver dato un compenso ad Angela Cian per aver posato.
Questa storia singolare è stata riportata per la prima volta dal Catholic Digest di San Francisco, ed ha suscitato meraviglia negli Stati Uniti e nel Canada, dove nel frattempo era stata trasferita Sr. Angela.

I dubbi
Ma non tutti sono d'accordo sulla ricostruzione dei fatti, scrive infatti il dott. Elio Ricciardi da Albignasego (Padova):
"Ho qualche dubbio che il quadro [del Ferruzzi] possa riguardare familiari di Sr. Angela Maria Bovo, che l’artista avrebbe incontrato sui Colli Euganei nel 1866. Il Ferruzzi infatti [come risulta dal vol. di Vanni Tacconi relativo alla Dalmazia: "Istria e Dalmazia, uomini e tempi", Ed. Del Bianco, Udine, pp. 464-465], nato a Sebenico nel 1854, si trasferì a Venezia con la famiglia nel 1868. Nel 1866 aveva, quindi, 12 anni e viveva ancora nella sua [e mia] Dalmazia. Il Ferruzzi visse comunque i suoi ultimi anni sui Colli Euganei, a Torreglia. Avanzerei quindi l’ipotesi che la famiglia di Sr. Angela, a conoscenza della presenza dell’artista negli Euganei e vedendo una somiglianza dei modelli del quadro con i propri congiunti, abbia supposto, convincendosene con il tempo, quanto narrato dalla stessa Sr. Angela [con la quale mi scuso per i miei dubbi].
Sempre restando nel campo delle ipotesi, ricordo di aver letto che il Ferruzzi avrebbe incontrato i modelli del quadro in questione in una collina sopra Genova e che il bambino in braccio alla giovane madre sarebbe poi diventato un "camallo", portuale genovese".




Il Crocifisso di San Damiano ad Assisi

Il crocifisso di San Damiano fu trasferito dalle clarisse nel Protomonastero di Santa Chiara in Assisi, dove è ammirabile tuttora, quando, nel 1257, si trasferirono dalla chiesa di San Damiano.
E’ il crocifisso dinanzi al quale San Francesco pregò nel 1205, ricevendone la chiamata a lavorare per la Chiesa del Signore. Interpretò dapprima la voce del Cristo come una richiesta a favore del restauro fisico della chiesetta di San Damiano e solo pian piano comprese che il Signore lo chiamava a lavorare per la Chiesa tutta.
Così ci racconta la Leggenda dei tre compagni (VI-VII-VIII):
Mentre passava vicino alla chiesa di San Damiano, fu ispirato a entrarvi. Andatoci prese a fare orazione fervidamente davanti all'immagine del Crocifisso, che gli parlò con commovente bontà: “Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va' dunque e restauramela”. Tremante e stupefatto, il giovane rispose: “Lo farò volentieri, Signore”. Egli aveva però frainteso: pensava si trattasse di quella chiesa che, per la sua antichità, minacciava prossima rovina. Per quelle parole del Cristo egli si fece immensamente lieto e raggiante; sentì nell'anima ch'era stato veramente il Crocifisso a rivolgergli il messaggio.
Uscito dalla chiesa, trovò il sacerdote seduto lì accanto, e mettendo mano alla borsa, gli offrì del denaro dicendo: “Messere, ti prego di comprare l'olio per fare ardere una lampada dinanzi a quel Crocifisso. Finiti questi soldi, te ne porterò degli altri, secondo il bisogno”.
In seguito a questa visione, il suo cuore si struggeva, come ferito, al ricordo della passione del Signore. Finché visse ebbe sempre nel cuore le stimmate di Gesù il che si manifestò mirabilmente più tardi, quando le piaghe del Crocifisso si riprodussero in modo visibile nel suo corpo...
Gioioso per la visione e le parole del Crocifisso, Francesco si alzò, si fece il segno della croce, poi, salito a cavallo, andò alla città di Foligno portando un pacco di stoffe di diversi colori. Qui vendette cavallo e merce e tornò subito a San Damiano.
Ritrovò qui il prete, che era molto povero, e dopo avergli baciato le mani con fede e devozione, gli consegnò il denaro... (qui la Leggenda racconta che, in un primo momento, il prete rifiutò di credergli e solo poi cominciò a fidarsi, cominciando infine a cucinare per Francesco che voleva solo fare penitenza).
Di ritorno alla chiesa di San Damiano, tutto felice e fervente, si confezionò un abito da eremita e confortò il prete di quella chiesa con le stesse parole d'incoraggiamento rivolte a lui dal vescovo. Indi, rientrando in città, incominciò ad attraversare piazze e strade, elevando lodi al Signore con l'anima inebriata. Come finiva le lodi, si dava da fare per ottenere le pietre necessarie al restauro della chiesa. Diceva: “Chi mi dà una pietra, avrà una ricompensa; chi due pietre, due ricompense; chi tre, altrettante ricompense!”...
C'erano anche altre persone ad aiutarlo nei restauri. Francesco, luminoso di gioia, diceva a voce alta, in francese, ai vicini e a quanti transitavano di là: “Venite, aiutatemi in questi lavori! Sappiate che qui sorgerà un monastero di signore, e per la fama della loro santa vita, sarà glorificato in tutta la chiesa il nostro Padre celeste”.
Era animato da spirito profetico, e preannunciò quello che sarebbe accaduto in realtà. Fu appunto nel sacro luogo di San Damiano che prese felicemente avvio, ad iniziativa di Francesco, a circa sei anni dalla sua conversione, l'Ordine glorioso e ammirabile delle povere donne e sacre vergini.

Analisi del Crocifisso
Vicino alla gamba sinistra di Gesù l'artista ha disegnato un gallo con il becco aperto ed il collo teso intento a cantare.Il sangue bagna alcuni Santi tra i quali si riconoscono i Santi Cosma e Damiano. A destra alcuni Apostoli non più identificabili perchè le mani che baciavano il crocifisso hanno logorato il dipinto. Tra questi si riconoscono Pietro e Paolo due colonne della Chiesa, per cui Francesco aveva una venerazione particolare.

San Giovanni, la Madonna e Longino sotto la Croce di Gesù. Maria sta alla destra di Gesù in luogo privilegiato ed in posto d'onore , Lei che è piena di grazia e benedetta fra tutte le donne.Le sue vesti ci parlano della sua grandezza con l'ampio velo e il mantello. La tunica viola evoca la composta nobiltà della Regina. Accanto a lei Giovanni il discepolo che Gesù amava e che rappresenta tutti noi. Piccolino sotto la Madonna con le vesti militari un soldato romano con nella mano la lancia con la quale squarcia il Costato di Cristo. Viene indicato con il nome di Longino scritto sotto i suoi piedi. La piccola statura è in confronto alla grandezza di Gesù. Rappresenta il popolo pagano.

Alla sinistra di Gesù vicinissima a Lui Maria Maddalena. E' una donna importante nel Vangelo,oltre che la peccatrice convertita da Gesù,è tra le donne che seguono Gesù nella Dolorosa Passione e al mattino di Pasqua sarà la prima a vedere il Signore Risorto.Dal volto si evidenzia il suo stupore e la sua ammirazione per i privilegi avuti. Accanto a lei Maria madre di Giacomo il minore che resterà sempre vicino a Gesù ed infine il centurione che sarà il primo a confessare : " Veramente quest'uomo è Figlio di Dio (Mc 15.39). Egli è lo stesso centurione di Cafarnao a cui Gesù aveva guarito il figlio e del quale Gesù aveva detta :" In verità vi dico che in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande " (Mt 8.10) . Alle sue spalle appare un fisico giovanile del ragazzo miracolato. L'uomo piccolino ha la barba e indossa una tunica corta secondo il costume degli ebrei e la tradizione riconosce in lui un certo Stefanon aiutante di Longino e rappresenta il popolo ebreo .Il Corpo di Gesù è un corpo vivo,vincente.

Gli angeli a destra e a sinistra sono i messaggeri di Dio ,suoi adoratori e suoi servi fedeli. Sono in tre che vivono la Passione ed indicano con le mani il corpo del Crocifisso ammirando le stimmate con visi addolorati ma sereni. Le braccia sono protese e ben salde,non scese.

Il Corpo di Cristo è rigido,vincente sulla morte e sulla croce.il volto ha un'espressione pacata : sofferente e seria ma composta e serena.I capelli ben ordinati circondano tutto il viso dando a gesù un atteggiamento di pacata bellezza e nobiltà.L'aureola è d'oro come la croce all'interno della stessa aureola che vuole significare un Crocifisso Glorioso. Gli occhi del Cristo triumphans sono aperti. Il viso non è un viso sofferente.

In alto l'Ascensione di Cristo verso la mano del Padre che lo accoglie in cielo.il crocefisso risorto entra nella gloria del Padre e prepara un posto ai suoi come aveva promesso nell'ultima cena. Una scena tutta in movimento che simboleggia la vita e la vittoria. All'estremità superiore della croce racchiusa in un semicerchio aperto all'infinito verso l'alto appare la mano benedicente del Padre. Dieci angeli sono in cima alla croce e fanno corona all'Ascensione muovendosi con gioiosa agitazione.



Il Crocifisso con tre espressioni

Ad Assisi, nel meraviglioso convento di San Damiano, celeberrimo è il crocifisso che parlò a San Francesco, anche se in realtà qui è posta una copia, l'originale si trova nella Basilica di Santa Chiara.
Meno Conosciuto, ma che ugualmente ispira sacralità è un altro Crocifisso posto in questa Chiesa, che ha la caratteristica di apparire agli occhi dell'osservatore con tre espressioni diverse in base.
Il Crocifisso può apparire, in base al punto di osservazione come sorridente, agonizzante o morto.
La sua origine è avvolta nella leggenda. Un giorno del 1630 Fra’ Innocenzo da Palermo, umile frate francescano, decise di scolpire un crocifisso in legno di ebano. Lo iniziò dal corpo, a cui riuscì a dare la forma desiderata. E lasciò per ultimo il volto, cioè la parte più difficile della scultura che si era prefissata. Che aspetto dargli? Il frate era colto da indefinibile e profonda perplessità. Una notte si coricò con l’anima appesantita da questa problema, ma quando al mattino si accinse a continuare l’opera che aveva lasciato incompiuta, la trovò inaspettatamente finita, con un meraviglioso volto, realizzato da un artista ignoto, ricco di sfaccettature e che mostra, a seconda dell’angolo di osservazione, il divino crocifisso sorridente, agonizzante o ormai morto


Il trigramma di S. Bernardino da Siena

Affinché la sua predicazione venisse ricordata, Bernardino la riassumeva nella devozione al Nome di Gesù e per questo inventò un simbolo dai colori vivaci che veniva posto in tutti i locali pubblici e privati, sostituendo blasoni e stemmi delle famiglie e delle varie corporazioni spesso in lotta tra loro.
Il trigramma del nome di Gesù, divenne un emblema celebre e diffuso in ogni luogo, lo si ritrova in ogni posto dove Bernardino e i suoi discepoli abbiano predicato o soggiornato.
Sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena campeggia enorme e solenne, opera dell’orafo senese Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro.
Spesso figurava sugli stendardi che precedevano Bernardino, quando arrivava in una nuova città per predicare e sulle tavolette di legno che il santo francescano poggiava sull’altare, dove celebrava la Messa prima dell’attesa omelia, e con la tavoletta al termine benediceva i fedeli.
Il trigramma fu disegnato da Bernardino stesso; il simbolo consiste in un sole raggiante in campo azzurro, sopra vi sono le lettere IHS. La sigla IHS (o in alfabeto greco ΙΗΣ) compare per la prima volta nel III secolo fra le abbreviazioni utilizzate nei manoscritti greci del Nuovo Testamento, abbreviazioni chiamate oggi Nomina sacra. Essa indica il nome ΙΗΣΟΥΣ (cioè “Iesous”, Gesù, in lingua greca antica e caratteri maiuscoli).
Alla sigla IHS si sono date anche altre spiegazioni, come l’abbreviazione di “In Hoc Signo (vinces)”, il motto costantiniano, oppure di “Iesus Hominum Salvator”.
Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato; il sole centrale è chiara allusione a Cristo che dà la vita come fa il sole, e suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità.
Il calore del sole è diffuso dai raggi, ed ecco allora i dodici raggi serpeggianti cioè i dodici Apostoli e poi da otto raggi diretti che rappresentano le beatitudini; la fascia che circonda il sole rappresenta la felicità dei beati che non ha termine, il celeste dello sfondo è simbolo della fede; l’oro dell’amore.
Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce, in alcuni casi la croce è poggiata sulla linea mediana dell’H.
Il significato mistico dei raggi serpeggianti era espresso in una litania: 1° rifugio dei penitenti; 2° vessillo dei combattenti; 3° rimedio degli infermi; 4° conforto dei sofferenti; 5° onore dei credenti; 6° gioia dei predicanti; 7° merito degli operanti; 8° aiuto dei deficienti; 9° sospiro dei meditanti; 10° suffragio degli oranti; 11° gusto dei contemplanti; 12° gloria dei trionfanti.
Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi di San Paolo: “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”.
Il trigramma bernardiniano ebbe un gran successo, diffondendosi in tutta Europa, anche s. Giovanna d’Arco volle ricamarlo sul suo stendardo e più tardi fu adottato anche dai Gesuiti.

La Madonna di Loreto di Cannara

La storia della statua che si venera a Cannara è strettamente legata ad uno dei momenti più drammatici della storia della Santa Casa di Loreto.
Siamo nel 1797 e Napoleone entra nella città e fa razzia del tesoro della Santa Casa. Porta via anche la statua della Madonna per esporla come simbolo della superstizione cristiana
In queste ore difficili anche l'Arcidiacono della città Ludovico Sensi tradisce i suoi ideali e collabora con i francesi per ottenere la nomina a governatore della città, arrivando perfino a voler demolire la Santa Casa.
Ci volle l'insurrezione del popolo, unito nella difesa delle sacre pietre per fargli desistere dal suo terribile proposito.
La statua della Madonna fu portata in Francia ed esposta al museo del Louvre catalogato come manufatto in legno orientale di suola egizio-giudaica.
Per il periodo in cui la Santa Casa fu priva della sua statua (che fu restituita nel 1801), fu esposta nel Santuario una copia proveniente dalla Chiesa della Buona Morte(in origine delle Sacre Stimmate) di Cannara, cittadina in provincia di Perugia.
La Chiesa sorge sul luogo dove San Francesco ideò il terz'ordine, costituito da uomini e donne, che, pur rimanendo “nel secolo” e continuando le proprie attività, si ispiravano ai suoi ideali.
La statua della Madonna di Loreto, in legno di pioppo era di origine tardo-medievali, appartentente alla nobile famiglia Lusignani di Cipro, legata da parentela con Baldovino IV re di gerusalemme, della quale l'ultima erede legittima, la regina Carlotta, attorno al 1460 l’avrebbe portata con sé nel suo esilio a Loreto. 
E' certo che un Pietro Lusignani, oriundo di Cipro, canonico della basilica di Loreto dal 1731 al 1758, ne era proprietario prima che, per un insieme di vicende, tale statua pervenisse nelle mani di don Vincenzo Murri, storico insigne della Santa Casa. Questi la donò il 2 luglio 1826 al Cannarese don Pasquale Modestini che la accolse in una una piccola chiesa dedicata alla Vergine Lauretana, che lo stesso don Modestini aveva fatto appositamente costruire con le stesse misure della Santa Casa.

La Madonna di Loreto

La Santa Casa di Loreto è parte dell’abitazione della Vergine Maria, la quale era costruita da una grotta scavata nella roccia e da una camera antistante.
Secondo la tradizione a Nazareth ci sarebbe stata la dimora della Vergine Maria, dove ella nacque, ebbe l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele e dove visse fino alle nozze con Giuseppe.
La leggenda narra che la Santa Casa fu trasportata nel 1291 in una sola notte dalla Palestina alle coste Illiriche a Tersatto, nell’odierna Croazia e da qui il 10 dicembre 1294 giunse sul colle lauretano. 

La Basilica
La Santa Casa è custodita all’interno di un rivestimento marmoreo ideato dal Bramante che nel 1509 ne approntò il disegno. Fu realizzato sotto la direzione di Antonio Sansovino, Ranieri Nerucci e Antonio da Sangallo il Giovane.
Fin dal secolo XVI i pellegrini erano solidi girare intono alla Santa Casa in ginocchio, dove nei secoli si scavarono due profondi solchi che ancora si possono notare.
La basilica, iniziata nel 1469, patrocinata da Paolo II, fu opera di vari artistici che si succedettero conferendogli l’aspetto che oggi è visibile al pellegrino. 
Fu completata nel 1587 con la costruzione della facciata in stile tardo – rinascimentale di matrice fiorentina ad opera di tre architetti: Giovanni Boccalini, Giovan Battista Ghioldi e Lattanzio Ventura. 
La basilica è costituita da un emiciclo e 13 cappelle absidali in stile tardogotico di derivazione fiorentina, chiamate cappelle delle nazioni. La cupola, decorata con affreschi di Cesare Maccari, si possono riconoscere il ciclo delle Litanie Lauretane, la Santissima Trinità attorniata dai Troni, Dominazioni Cherubini, Serafini, Potestà, Principati, gli arcangeli Michele Raffaele e Gabriele e le invocazioni a Maria come Regina. Chiudono l’esterno della basilica le porte in bronzo forgiate nella fonderia di Recanati nel 1600, rappresentanti episodi della storia della salvezza.
Davanti alla facciata della basilica sorge la statua di Sisto V, papa francescano e marchigiano, che elevò Loreto nel 1586 al grado di città e diocesi.

La Santa Casa tra storia e leggenda
Agli inizi di maggio del 1291 Nazareth e tutta la Palestina erano dominio dei Turchi che avevano sconfitto i Cristiani durante le crociate. Secondo la tradizione alcuni angeli prelevarono la Santa Casa e la portarono via in volo. Il 10 maggio 1291 gli angeli lasciarono la casa a Tersatto, nei pressi della città di Fiume; furono dei boscaioli, stupiti, a trovare la piccola dimora. 
In quel luogo, però, i pellegrini erano spesso preda di ladri e malfattori; così, tre anni e sette mesi dopo, gli angeli ripresero la Santa Casa e con essa si alzarono in volo. Attraversarono l'Adriatico e appena giunti nelle Marche la posarono nei pressi di Ancona, sul colle su cui oggi sorge la chiesa di Santa Maria Liberatrice di Posatora, La Santa Casa restò in quel luogo nove mesi; poi gli angeli la sollevarono nuovamente e la posarono più a sud, nei pressi di Porto Recanati, in località Banderuola.
Questa volta furono dei pastori a vedere una luce abbagliante uscire dalle nubi e, dietro la luce, la casa. Il luogo era però troppo vicino al mare e dunque esposto ai pericoli delle incursioni turche; inoltre anche lì cominciavano ad accorrere malfattori per derubare i fedeli che giungevano in pellegrinaggio. Otto mesi più tardi la Casa sarebbe stata nuovamente spostata dagli angeli, questa volta sul Monte Prodo (ove poi nacque la cittadina di Loreto), su un terreno di proprietà dei conti Stefano e Simone Rinaldi di Antici, due fratelli che presto iniziarono a trarre profitto dai continui pellegrinaggi di fedeli al punto da fare una petizione al papa Bonifacio VIII per divenirne proprietari. Di nuovo gli angeli sollevarono in volo la Santa Casa e la posarono, alla fine del 1296, al centro della strada che da Recanati va al suo porto, e dunque in un luogo pubblico, che nessuno avrebbe potuto reclamare e sfruttare. Il luogo scelto si trovava sulla cima di una collina coperta di lauri. Dal termine latino laurus il luogo si chiamò Lauretum, e quindi Loreto.
Molto si è discusso su chi fossero gli “angeli” che hanno portato la Santa Casa a Loreto, attualmente la teoria più accreditata è che si tratti di una nobile famiglia denominata Angeli che l’hanno trasportata in modo provvidenziale via nave.
Era il 17 maggio 1900 quando Giuseppe Lapponi, archiatra pontificio di Leone XIII, indicava di aver letto negli archivi vaticani alcuni documenti che indicavano una nobile famiglia bizantina di nome Angeli, che salvò i materiali della Casa della Madonna dalla devastazione musulmana e li fece trasportare a Loreto.
Secondo un documento che risale al 1294, il despota Niceforo Angeli diede la propria figlia Ithamar in sposa a Filippo di Taranto, che era il quarto figlio di Carlo II d’Angiò, re di Napoli. Tra i beni della dota erano comprese “le sante pietre portate via dalla casa di Nostra Signora la Vergine Madre di Dio".
A quel tempo le Sante pietre si trovavano in Illiria, dove erano state portate nel 1291, probabilmente da alcuni cavalieri crociati che le avevano portate in Europa dopo aver perso Gerusalemme.
Verosimilmente le pietre sono state smontate, caricate su di una nave e portate in Illiria e da qui a Loreto.
A conferma di ciò è il ritrovamento tra le sante pietre di cinque croci di stoffa rossa che abitualmente adornavano l’abito dei Cavalieri cristiani in Terrasanta.
Alcuni scavi condotti a Nazareth, dove attualmente sorge la Basilica dell’ Annunciazione, dimostrano che le Sante pietre coincidono perfettamente con la roccia dove erano addossate. Inoltre la lavorazione delle pietre era fatta secondo una tecnica diffusa in Galilea ed il materiale in pietra arenaria non era reperibile nella zona.
La traslazione a Loreto sarebbe avvenuta durante il breve papato di Celestino V. Questi, incoronato a L'Aquila il 29 agosto 1294 per volontà del re di Napoli Carlo II d'Angiò e trasferitosi poi nella città partenopea il 13 dicembre successivo, rinunciò al pontificato. Non mise mai piede a Roma dove lo sostituiva, in qualità di Vicarius Urbis (Vicario del papa), Salvo, vescovo di Recanati. Salvo era stato nominato dall'ascolano papa Niccolò IV nel 1291 e svolse l'incarico fino al 1296. Probabilmente fu allora che il vescovo Salvo, dovendo destinare - a nome del papa - le "Sante pietre" di una reliquia così insigne, pensò al territorio della sua Diocesi di Recanati, facendole approdare al suo porto, attivo fin dal 1229 per concessione dell'imperatore Federico II di Svevia.

La statua.
Se un tempo le tre pareti della casa della Madonna addossavano su una roccia, oggi la parte 'mancante' alloggia un altare sopra il quale è collocata e venerata la Madonna Nera con il Bambino,dello stesso colore, che tiene nella mano una globo crucifero blu. 
Le più antiche cronache del Santuario(1468) narrano che insieme alla Santa Casa di Nazareth, a Loreto sarebbe giunta un' icona dipinta su tavola, così descritta "una pittura tanto dolce e bella, bello il volto e un poco nero con colore rosso".Questa tavola, di cui si sono perse le tracce, attribuita a San Luca, venne sostituita da una statua lignea di abete rosso, variamente e delicatamente dipinta. La tradizione vuole che i ceri continuamente accesi e le lampade a olio avessero annerito totalmente la statua. La statua fu rivestita di una dalmatica riccamente decorata.
I colori del mantello sono nero, bianco, rosso e giallo oro, intarsiato da finissimi ricami in fili d’oro e da gemme preziose; nelle cinque semilune nere, guardando dal basso verso l’alto, si notano una croce, un volto di demone mostruoso, sotto il quale una “M” ed una “A” intrecciate tra loro e sormontate da una corona e, infine, una luna a forma di falce. L’ultimo in alto è un triangolo rosso con la punta verso il basso.
In molti affermano, in senso metaforico, che la Madonna Nera rappresenta la “forza primordiale della natura che ha in sé la fonte della vita eterna; è la Madre Universale, la Madre di Cristo, con il quale diventa tutt’uno in un abbraccio di Amore infinito”.

Nel 1797 Napoleone Bonaparte entra a Loreto con le sue truppe e prende personalmente la statua per portarla in Francia insieme al tesoro della Santa Casa ed esporla come simbolo della superstizione cristiana. 
Napoleone fu accolto dall’Arcidiacono della città Ludovico Sensi che, abbracciando la causa francese ottenne il titolo di Governatore della città. Questi si recò verso la Santa Casa per demolirla, ma dovette desistere dal suo proposito dalla ferma opposizione del popolo che accorse in difesa delle Sante pietre.
La statua venne sostituita con altra statua in legno di pioppo, che, oggi, viene conservata a Cannara (PG) nella chiesa della Buona morte (ovvero delle Sacre Stimmate), ritenuto l’unico esemplare realizzato e venerato durante il periodo napoleonico.
A Treia(MC), nel monastero della Visitazione delle suore visitandine c’è una copia della Madonna che una leggenda vuole come l’originale, che fu portata via dalla Santa Casa e sostituita con una copia nell’imminenza dell’arrivo delle truppe francesi, proprio per evitarne il furto.
La statua rubata da Napoleone fu esposta al museo del Louvre tra i cimeli di arte catalogata come “statua di legno orientale di scuola egizio-giudaica”. Fu restituita dallo stesso Napoleone a Pio VII nel 1801, anno in cui fu siglato l’accordo tra la Santa Sede e la Francia con il quale questa ritrovò la libertà di culto dopo la rivoluzione. Il pontefice fece portare la statua dal Roma a Loreto con un viaggio da Madonna Pellegrina durato otto giorni che si concluse con l’arrivo in città il 9 dicembre 1801.
Tornata nella sua sede, vi rimase fino al 1921 quando fu distrutta da un incendio che aveva colpito la Santa Casa.
Lo stesso anno Pio XI volle sostituirla con un’altra intagliata da un cedro del libano proveniente dai Giardini Vaticani.
La statua fu modellata da Enrico Quattrini e dipinta da Leopoldo Celani in un colore molto scuro per non discostarsi dall’originale.
Lo stesso pontefice provvide alla sua incoronazione nella Basilica di San Pietro ed al trasporto solenne a Loreto nel 1922.

Patrona egli aviatori
Nel corso dei secoli pittori e scultori hanno raffigurato il trasporto della Santa Casa con gli angeli che la sostenevano in volo.
Di conseguenza, quando l’uomo cominciò a conquistare le vie dell’aria per viaggiare fu l’immagine più adatta a cui affidarsi.
Fin dal 1912 la società Aviatori e Aeronauti con sede a Torino si era affidata alla protezione della Madonna di Loreto, devozione che si rinnoverà nel 1915 quando farà dipingere l’immagine della Madonna sulle proprie bandiere.
Nel 1920, a suggello di questo connubio, il Santo Padre Benedetto XV proclamerà la Madonna di Loreto Patrona degli aviatori.




Storia del culto a Maria SS. Addolorata

Il mistero della partecipazione della Vergine Maria alla passione e morte del Figlio è l’avvenimento evangelico che ha trovato più intensa e vasta risonanza nella religiosità popolare, che nelle lacrime versate da Maria rispecchia le sofferenze del popolo devoto. 
La devozione alla Madonna Addolorata si sviluppa nel XI secolo con la commemorazione dei suoi 5 Gaudi e dei 5 Dolori (divenuti 7 dal 1236), grazie alla predicazione di S. Anselmo e di San Bernardo e con la pubblicazione del “Liber de passione Christi et dolore et planctu Matris eius” di ignoto, con il quale si inizia una letteratura, che porta alla composizione in varie lingue del “Pianto della Vergine”.
Testimonianza di questa devozione è il popolarissimo ‘Stabat Mater’ in latino, attribuito a Jacopone da Todi, il quale compose in lingua volgare anche le famose ‘Laudi’ 
Il 15 Agosto del 1233 sette nobili fiorentini, che erano soliti esprimere le loro lodi davanti ad un'immagine di Maria, la videro animarsi e vestire a lutto per l'odio che attanagliava Firenze divisa da lotte fraticide.
Vestirono un abito nero in omaggio al lutto e alla vedovanza di Maria e si ritirarono sul monte Senario, fondando la “Compagnia di Maria SS. Addolorata”, denominata poi “Servi di Maria”.
L’Ordine che già nel nome si qualificava per la devozione alla Madre di Dio, si distinse nei secoli per l’intensa venerazione e la diffusione del culto dell’Addolorata.
Nel 1423 a Colonia imperversava l' eresia degli Ussiti che erano soliti oltraggiare le immagini del Crocifisso e di Maria.
Per riparare a questa profanazione il Concilio provinciale dei Servi di Maria istituìla festa della Commemorazione dell’angoscia e dei dolori della beata Vergine Maria da celebrarsi il venerdì dopo la terza domenica di Pasqua. 
Nel 1482 Sisto IV fece inserire la Messa nel Messale Romano con il titolo “Nostra Signora della Pietà”. La festa dell’Addolorata si diffuse per tutto l'Occidente in varie date, sorretta dalla devozione del popolo, tanto che alla fine del XV secolo Carlo V commissionò tre dipinti per spiegare al popolo il significato dei 7 dolori di Maria collocandoli nella Chiesa di Burgos.
Il 9 giugno del 1668, la S. Congregazione dei Riti permetteva ai Servi di Maria di celebrare la Messa votiva dei sette Dolori della Beata Vergine la domenica successiva dopo l'esaltazione della S. Croce (terza di settembre), autorizzazione che fu confermata dal Papa. Innocenzo XII, il 9 agosto 1692.
Man mano che il culto si diffondeva; il 18 agosto 1714 la Sacra Congregazione approvò una celebrazione dei Sette Dolori di Maria, il venerdì precedente la Domenica delle Palme, confermato da Papa Benedetto XIII, il quale, su richiesta del Priore generale dei Serviti, con decreto del 22 agosto 1727, iscriveva nel calendario romano la Festa dei Sette Dolori della Beata Vergine Maria, fissandone la data al venerdì dopo la domenica di Passione.
Nel 1735 Filippo V di Spagna estese la festa dell'Addolorata il 15 Settembre in tutto il regno, tanta era la devozione dei Fedeli.
Il 18 settembre 1814 Papa Pio VII estese la festa liturgica della terza domenica di settembre a tutta la Chiesa universale, con inserimento nel calendario romano.
Infine Papa Pio X nel 1913, per salvaguardare la festività della domenica, fissò la data definitiva nel 15 Settembre, giorno dopo l'esaltazione della S. Croce ed ottava della Natività di Maria.





La festa della "Candelora"

Secondo il Vangelo di Luca, dopo la nascita di Gesù i suoi genitori hanno rispettato gli obblighi prescritti dalla legge di Mosè. Dopo 8 giorni il bambino fu circonciso e gli fu messo il nome di Gesù. Quaranta giorni dopo la nascita era il momento della cerimonia della Purificazione.
Secondo l'usanza, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva recarsi al Tempio con un'offerta per purificarsi.
Inoltre ogni figlio veniva considerato "proprietà" di Javeh e dopo la sua nascita i genitori lo riscattavano portando un offerta al Tempio.
Maria e Giuseppe si recarono quindi al Tempio per adempiere a queste prescrizioni.
L'usanza di commemorare quest'avvenimento ha origine in oriente. Attualmente si festeggia il 2 febbraio, quaranta giorni dopo il Santo Natale.
In origine veniva celebrato l’incontro del Signore con il vecchio Simeone. Da qui la festa prende il nome greco di “Ipapante” (incontro). Il vecchio Simeone e la profetessa Anna riconoscono nel Bambino Gesù l’atteso Messia. Tale festa, quindi, veniva inclusa nella serie di avvenimenti che manifestano il Signore come Messia. Nel corso del tempo si è messa in risalto la purificazione di Maria e il riscatto del primogenito dopo quaranta giorni dalla nascita. Da Gerusalemme questa festa si diffuse poi in tutto l’Oriente, fino a Roma, dove era dedicata alla Purificazione della SS. Vergine Maria fino al 1960 quando la riforma le ha restituito l'antico titolo di "Presentazione del Signore".
Dopo il Concilio la Chiesa ha voluto abbinare questo momento alla vita consacrata con la professione o il rinnovo dei voti dei religiosi.
La festa è detta anche della “candelora” perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo luce del mondo come viene chiamato il Bambino Gesù dal vecchio profeta Simeone: «luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». Poi, rivolto alla Vergine Maria le profetizza il suo cammino doloroso: «anche a te una spada trafiggerà l'anima».
Tradizionalmente in questo giorno nelle case tarantine viene smontato il presepe, quasi ad indicare la fine dal periodo natalizio.

Stellario alla Vergine Immacolata

Il pio esercizio dello Stellario nasce dall'impegno dei francescani nel divulgare presso i fedeli il culto all'Immacolata.
Le prime notizie sul pio esercizio dello Stellario all'Immacolata risalgono al secolo XVIII. La devozione trae ispirazione dal testo dell' Apocalisse:«Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle». Probabilmente, il pio esercizio riprende dal brano biblico il nome, per il richiamo alla «corona di dodici stelle». La corona adorna il capo della Donna - identificata con Maria da alcuni Padri e scrittori ecclesiastici - e le dodici stelle indicano i privilegi di grazia che costituiscono per la Vergine un singolare ornamento.
La struttura dello Stellario si articola in una «corona» suddivisa in tre parti, ognuna delle quali è composta da un Pater, quattro Ave Maria intercalate da altrettante quartine che terminano con la giaculatoria: «O Concetta Immacolata», e un Gloria.
La pratica ebbe un grande sviluppo soprattutto in Sicilia dove i francescani istituirono la festa l'ultima domenica di agosto. La devozione arriva fino a Roma dove nella basilica di San Lorenzo in Damaso viene istituita l'Arciconfraternita dello Stellario.
Nella metà del 1600 alcuni decreti dell'inquisizione ne proibiscono la recita, annullano le indulgenze concesse a chi lo recita ed aboliscono le confraternite.
In seguito, grazie alla devozione popolare la pia pratica venne ripresa ben prima della definizione dogmatica del 1854 soprattutto nel sud Italia ed in modo particolare a Palermo. Già nel 1643, il nuovo Viceré di Spagna, don Giovanni Alfonso Henriquez Cabrera, che aveva proclamato solennemente l’Immacolata Concezione “principale patrona di tutto il Regno”, coronando così “il voto di credere e di difendere, fino all’ultimo spirito di vita, l’Immacolata Concezione della B.V. Maria e di digiunare la vigilia della festa”. 

TESTO TRADIZIONALE

Con il primo Padre nostro ringraziamo l'Eterno Padre per i privilegi concessi alla Santissima Vergine Immacolata, come sua dilettissima Figlia.
Padre nostro…
O Concetta Immacolata,
fosti eletta dal gran Padre
del suo Figlio degna Madre,
fra le amate la più amata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Tu, sebben di Adamo Figlia,
dal suo fallo fosti esente,
e la testa del serpente
dal tuo pie' fu conculcata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Tutta pura, tutta bella,
dal peccato originale,
dal mortale e dal veniale,
fosti sempre preservata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Fosti ancor preordinata,
per riparo all'uom che geme,
ci dai vita, ci sii speme,
ci sei scorta e avvocata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Gloria…

Con il secondo Padre nostro ringraziamo l'Eterno Divin Figlio per i privilegi concessi alla Santissima Vergine Immacolata, come sua degnissima Madre.
Padre nostro…
Non fu mai verginitade
della tua più bella e chiara,
del Dio Figlio Madre cara
tutt'a lui sempre sacrata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Fu la tua feconditade
per virtù del Santo Amore,
sempre illeso il tuo candore,
Vergin sei sempre e illibata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
La tua santa gravidanza
al tuo seno non fu grave:
ma dolcissima e soave,
che ti rese ognor Beata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Quando giunse poi il momento,
in cui nacque il Salvatore,
fosti invece di dolore
di letizia ricolmata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Gloria…

Con il terzo Padre nostro ringraziamo lo Spirito Santo per i privilegi concessi alla Santissima Vergine Immacolata, come sua purissima e amatissima Sposa.
Padre nostro…
Per suo tempio e per sua sposa
ti accettò l'Eterno Amore;
di sue fiamme accese il core,
d'ogni ben ti rese ornata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
D'ogni grazia sei ripiena;
o degli Angeli Regina;
l'opra sei tutta divina
dall'Altissimo cerata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Colma sei di santitade,
ma colmata in tal misura,
da non esser creatura
sotto Dio più ricolmata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Finalmente sei Rifugio,
o Maria dei peccatori;
non sprezzar dunque i clamori
di chi sei Madre e Avvocata,
o Concetta Immacolata, Immacolata.
Ave Maria…
Gloria…

O Purissima ed Immacolatissima Signora Maria, bella Figlia del Padre, dolce Madre del Figlio e cara Sposa dello Spirito Santo, già dolente e pentito di vero cuore io mi prostro ai piedi del tuo SS. Figlio Gesù, chiedendo pietà, perdono e misericordia delle mie colpe.
Oh! Che potesse spezzarmisi il cuore e stemperarlo in vive lacrime di sangue per piangere e detestare il mio errore!
Non guardare i miei demeriti, o Madre pietosa, o Rifugio dei peccatori, mentre ti prometto di non offendere più, con il divino aiuto, la Maestà del mio Redentore; e fa', o potentissima Signora, che dopo le miserie di questa vita possa conseguire una santa morte assicurata dalla tua assistenza: e se qui in terra ti lodo coronata di stelle, concedimi di vederti in Paradiso coronata di gloria.
Mentre ora ti ringrazio e ti esalto col dire: Sia lodato il SS. Sacramento e viva la gran Madre di Dio, Maria Santissima concepita senza macchia di peccato originale.




Il Cuore di Gesù nel Santuario della Madonna della Salute in Taranto

All’interno del Santuario della Madonna della Salute in Taranto, nel transetto di destra c’è un’ altare dedicato al Sacro Cuore di Gesù su cui è posto un dipinto di Mario Barberis, uno dei più celebri autori di santini dell’epoca, ed è datato 1940.
Nato a Roma nel 1893, dimostrò da subito uno spiccato talento artistico che lo portarono ad avere esperienze in ambito delle illustrazioni.
Ispirato da un episodio dei Fioretti di San Francesco, dagli anni 20 cominciò per lui un’intensa esperienza nel campo dell’arte religiosa.
Nel 1922 fu chiamato a Gerusalemme per contribuire alle decorazioni della Basilica dell’Agonia, divenendo uno dei più apprezzati autori di soggetti religiosi anche al di fuori dei confini nazionali.
Cominciò a produrre diverse opere pittoriche, alcune di stampo chiaramente fascista, e negli anni 30-40 si dedicò alla produzione di santini religiosi tra cui una celeberrima serie dedicata al Cuore di Gesù. In quell’epoca, dove l’alfabetizzazione era ancora un grave problema, l’insegnamento delle verità della Fede era svolto anche attraverso la diffusione delle immagini e spesso, in relazione alla diffusa ideologia trionfalistica dell’epoca, veniva presentato l’immagine di Cristo sempre più glorificato e vittorioso.
La nostra tela presenta un Gesù trionfante, vestito di bianco e circondato dagli angeli. I segni della Passione sono appena accennati e forte è il contrasto con l’ Immagine del Cristo Crocifisso che si trova nell’altare di fronte.
In seguito continuerà la produzione di opere religiose fino alla sua morte, avvenuta dopo una lunga malattia a Roma il 24 Gennaio 1960.


La Medaglia Miracolosa

La Medaglia Miracolosa che molti di noi portano con devozione al collo, è un dono meraviglioso che la Madonna ci ha fatto tramite una giovane suora francese, santa Caterina Labouré, il 27 novembre del 1830, nel convento Vincenziano che si trova a Parigi in rue du Bac al numero 140, dove oggi sorge un importante Santuario Mariano, meta di numerosi pellegrini.
Suor Caterina (al secolo Zoe) Labouré nacque il 2 maggio 1806 nel villaggio di Fain-les-Moutiers, in Borgogna (Francia), nona di undici figli.
Entrata in convento a 24 anni, a causa dell'opposizione del padre che ne contrastava la vocazione, fu assegnata come postulante alla casa generalizia delle Figlie della Carità a Parigi, dove riceverà l'apparizione della Madonna.
Ecco il racconto che fece della sua straordinaria esperienza:
“Venuta la festa di San Vincenzo (19 luglio 1830) la buona Madre Marta (direttrice delle novizie) ci fece alla vigilia un'istruzione sulla devozione dovuta ai Santi e specialmente sulla devozione alla Madonna. Questo mi accese un gran desiderio di vedere la Santissima Vergine, che andai a letto col pensiero di vedere in quella stessa notte la mia buona Madre Celeste: era tanto tempo che desideravo vederla. Essendoci stato distribuito un pezzettino di tela di una cotta di San Vincenzo, ne tagliai una metà e l'inghiottii. Cosi mi addormentai col pensiero che San Vincenzo mi avrebbe ottenuto la grazia di vedere la Madonna.
Alle undici e mezzo mi sento chiamare per nome: “Suor Labouré! Suor Labouré”. Svegliatami, guardo dalla parte donde veniva la voce, che era dal lato del passaggio del letto, tiro la cortina e vedo un Fanciullo vestito di bianco, dai quattro ai cinque anni, il quale mi dice: “Vieni in cappella; la Madonna ti aspetta”.
Il Fanciullo mi condusse nel presbiterio, dove io mi posi in ginocchio, mentre il Fanciullino rimase tutto il tempo in piedi. Parendomi il tempo troppo lungo, ogni tanto guardavo per timore che le suore vegliatrici passassero dalla tribuna. Finalmente giunse il sospirato momento. Il Fanciullino mi avverti, dicendomi: “Ecco la Madonna, eccola!”. Sentii un rumore come il fruscio di vesti di seta venire dalla parte della tribuna, presso il quadro di San Giuseppe, e vidi la Santissima Vergine che venne a posarsi sui gradini dell'altare dal lato del Vangelo.
Dire ciò che provai in quel momento e ciò che succedeva in me, mi sarebbe impossibile… Io, guardando la Santissima Vergine, spiccai allora un salto verso di Lei, ed inginocchiandomi sui gradini dell'altare, appoggiai le mani sulle ginocchia di Maria...Fu quello il momento più dolce della mia vita… “Figlia mia - mi disse la Madonna - Dio vuole affidarti una missione. Avrai molto da soffrire, ma soffrirai volentieri, pensando che si tratta della gloria di Dio. Avrai la grazia; dì tutto quanto in te succede, con semplicità e confidenza. Vedrai certe cose, sarai ispirata nelle vostre orazioni, rendine conto a chi é incaricato dell'anima tua...”.
Quanto tempo restassi con la Madonna, non saprei dire: tutto quello che so è che, dopo di avermi lungamente parlato, se ne andò scomparendo come ombra che svanisce, dirigendosi verso la tribuna, per quella parte da cui era venuta. Tornata a letto, sentii suonare le due e non ripresi più il sonno”.
Il 27 Novembre dello stesso anno, alle 17,30, Caterina ha una nuova visione durante la meditazione in cappella: vede come due quadri animati che le passano davanti in dissolvenza incrociata. Nel primo, la Santa Vergine è in piedi su una semisfera (il globo terrestre) e tiene tra le mani un piccolo globo dorato. I piedi di Maria schiacciano un serpente. Nel secondo, dalle sue mani aperte escono raggi di uno splendore abbagliante. Nello stesso tempo Caterina ode una voce, che dice: “Questi raggi sono il simbolo delle grazie che Maria ottiene per gli uomini”.
Poi un ovale si forma attorno all’apparizione e Caterina vede scriversi in un semicerchio questa invocazione, prima sconosciuta, in lettere d’oro: “O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te”.
Subito dopo l’ovale della medaglia si gira e Caterina ne vede il rovescio: in alto una croce sormonta la M di Maria, in basso due cuori, l’uno incoronato di spine, l’altro trapassato da una spada. Caterina ode allora queste parole:”Fai coniare una medaglia, secondo questo modello. Coloro che la porteranno con fede riceveranno grandi grazie”.
Caterina riferisce al suo confessore, il Padre Aladel, la richiesta fatta dalla Madonna circa la medaglia, ma il sacerdote reagisce negativamente ed intima alla novizia di non pensare più a queste cose.
Qualche mese più tardi, pronunciati i voti, Caterina Labourè viene inviata al ricovero di Enghien per curare gli anziani. La giovane suora si mette al lavoro,. ma una voce interiore l’assilla continuamente: “Si deve far coniare la medaglia”.
Caterina ne riparla al suo confessore. Intanto nel febbraio del 1832 scoppia a Parigi una terribile epidemia di colera, che provocherà più di 20.000 morti. In giugno le Figlie della Carità cominciano a distribuire le prime 2.000 medaglie, fatte coniare da Padre Aladel. Le guarigioni si moltiplicano, come le protezioni prodigiose e le conversioni spirituali. Il popolo di Parigi comincia a chiamare la medaglia “miracolosa”.
In seguito, obbedendo al suo Direttore Spirituale, mantenne segrete per tutto il resto della sua vita le apparizioni e le rivelazioni che gli erano state fatte. Visse in silenzio e umiltà, e per ben quarantasei anni fu al servizio dei poveri dell’ospizio di Enghien a Parigi. Morì il 31 dicembre 1876. Fu beatificata da Pio XI il 28 maggio 1933 e canonizzata nel 1947 da Pio XII. Le apparizioni della Santa Vergine vennero approvate dal vescovo nel 1836.
Oggi la Medaglia Miracolosa è diffusa in tutto il mondo tra i fedeli, e nel tempo ha avuto tra i suoi devoti numerosi Santi tra i quali San Giovanni Bosco, Santa Teresa del Bambino Gesù, San Luigi Guanella, San Luigi Orione Santa Teresa di Calcutta e San Massimiliano Kolbe, che davanti all’immagine mariana ha celebrato la sua prima Messa e che istitui la Milizia dell'Immacolata che aveva proprio nella medaglia l’insegna del gruppo, definita da lui un “proiettile d’argento” contro il male.



La Processione dell'Immacolata a Taranto tra storia e ricordi

Le origini della Processione di Maria Immacolata, Patrona di Taranto, sono antichissime, cominciano infatti con l'arrivo della statua della Madonna che, come ci dice il Merodio "fu ricevuta in Taranto come dono singolare del cielo con generale processione nel mese di settembre 1679".
In seguito agli avvenimenti della liberazione dal terremoto, nel 1711 la pratica di svolgere la Processione fu ufficializzata in segno di ringraziamento per la celeste protezione di Maria da un'istanza della Confraternita al Capitolo Metropolitano del 26/4/1711 approvata dalla Sacra Congregazione dei riti l'11 luglio dello stesso anno.
Nell'arco di tempo di tre secoli, questa Processione ha avuto alti e bassi, a periodi di intensa attività si sono alternati anni in cui non si è effettuata.
Nel 1930 l'Arcivescovo di Taranto Mons. Orazio Mazzella, annunciava al Clero ed al Popolo tarantino che nel 1° centenario dell'Apparizione della Madonna Suor Caterina Labourè (27/11/1830), ci sarebbe stata una processione dell'Immacolata per commemorare l'avvenimento.
In Chiesa venne distribuita la medaglia miracolosa, ed alla Processione parteciparono il Clero, le Confraternite, le Associazioni cattoliche e le figlie della Carità con le loro alunne, le quali nel 1886 costruirono a Taranto l'Istituto Maria Immacolata.
La Processione fu sospesa durante il periodo bellico dal 1943 al 1945, programmata nel 1946 non fu effettuata per la pioggia. 
L'Itinerario e l'orario della Processione è stato più volte variato, negli anni 50-60 giungeva fino alla Chiesa di S. Francesco, mentre con il passare degli anni si è ridotto al solo tratto di via Duomo che separa la Chiesa di San Michele alla Cattedrale, per poi arrivare negli anni 80 a compiere il giro della città vecchia.
Prima della novena che si tiene durante i festeggiamenti quindi, la statua viene vestita solennemente con l'abito della festa e poi fissata sulla base processionale su cui vengono montati quattro candelabri, pronta per la Processione che la porterà nella Cattedrale.
Questa Processione si svolge attualmente la sera del 29 Novembre, in corrispondenza dell'inizio della Novena. In passato, quando la festa dell'Immacolata si svolgeva con un tono decisamente meno solenne rispetto ad oggi, la Madonna veniva portata in Cattedrale la sera della vigilia, per tornare in San Michele l'indomani mattina dopo la S. Messa pontificale.
Ripresa sul finire degli anni 80, l'abitudine di celebrare la Novena in Cattedrale, la data del trasferimento oscillava tra l'ultima domenica di Novembre e la prima di Dicembre.
All'ingresso della Cattedrale la statua viene posta su di un baldacchino addobbato per essere solennemente presentata alla venerazione dei fedeli.
La mattina dell’8 dicembre, a conclusione della Novena, nella Basilica Cattedrale di S. Cataldo, veniva celebrata la S. Messa Solenne Pontificale presieduta dall'Arcivescovo di Taranto e dal Capitolo Metropolitano seguita dalla solenne Processione con la partecipazione del Capitolo Metropolitano, del Clero, e delle Confraternite della città.
Dal 1999 si è presa l'abitudine di svolgere la Processione nelle ore serali con l'accensione di uno spettacolo pirotecnico.
Nel 1988, in occasione dell'Anno Mariano, la Novena si svolse in una Chiesa diversa per ogni giorno, e precisamente alla Concattedrale, Cuore Immacolato di Maria, S. Giovanni Bosco, Sacro Cuore, Madonna delle Grazie, S. Francesco di Paola, SS. Crocifisso, S. Pasquale, e chiusura in S. Cataldo con la solenne Processione dell'8 dicembre che arrivò fino in piazza Immacolata con il ritorno della partecipazione di tutte le Confraternite della città.
Nel 1989 la pellegrinatio Mariae fu ripetuta nellle Chiese di S. Massimiliano Kolbe, S. Maria del Galeso, Corpus Domini, Gesù Divin Lavoratore, Angeli Custodi, S. Francesco de Geronimo, Stella Maris, S. Domenico, S. Giuseppe, con la chiusura in Cattedrale.
Nel mese di dicembre del 1995, uno stucco cedette dal soffitto della Chiesa di San Michele per infrangersi su di un banco e questa fu dichiarata inagibile. L'anno successivo l'Immagine della Madonna fu trasferita nella Chiesa di S. Agostino e qui rimase fino alla riapertura della Chiesa di S. Michele che, nel 1999 viene affidata alla cura dei Cavalieri del Sovrano Militare Ordine di Malta, che si impegnano a restaurarla e a riaprirla al culto dei fedeli; ai Cavalieri da quell'anno è affidato il compito di curare la scorta d'onore ai lati del Simulacro della Madonna durante la Processione
Negli anni 2002 e 2003 la Novena si è svolta nella Chiesa di S. Domenico, in quanto la Basilica Cattedrale era chiusa per lavori di restauro.
Nel 2002 alla Processione dell'8 Dicembre, tra la consueta e numerosa partecipazione di fedeli, e la statua della Vergine, affacciandosi al ballatoio della Chiesa, e scendendo la scalinata di S. Domenico, ha ricordato a molti l'atmosfera che si registra ogni anno la notte di Giovedì Santo con il sentito Pellegrinaggio dell'Addolorata, un'altra immagine cara ai tarantini e che suscita, al pari della nostra, grande devozione.
L'anno successivo la pioggia ha impedito la Processione che si è svolta l'11 Dicembre con la solita partecipazione di folla.
La festa del 2006 si è svolta all'insegna dei lavori in corso, quelli della Chiesa di S. Agostino, che hanno costretto il 29 novembre la Processione ad uscire dalla chiesa ridotta in cantiere, e quelli della Cattedrale, che hanno fatto svolgere la Novena nel Cappellone. L'Immagine della Madonna fu posta nella navata centrale della Basilica solo la mattina dell'8 dicembre.
L'anno successivo, nel 2007, si è assistito alla riapertura solenne della Chiesa di S. Agostino il 27/11, da cui ha preso il via la Processione il 29.
L'8 Dicembre la Processione è rientrata nella Chiesa di San Michele, riaperta al culto dopo un restauro durato parecchi anni e l'Immacolata è potuta tornare nella sua sede naturale.
Nel 2016 la Processione è rientrata nella Basilica Cattedrale per permettere un omaggio personale dei fedeli all' Immacolata e la statua della Madonna è stata riportata in San Michele la sera della domenica successiva.
In seguito, un altro crollo degli stucchi ha reso necessario un nuovo trasferimento della statua della Madonna a S. Agostino da dove ha preso il via la Processione dell'inizio della Novena. L'Immagine della Madonna farà rientro nella Cattedrale e qui resterà fino al triduo di febbraio nell'attesa che la Chiesa di San Michele venga riaperta al pubblico.




Padre Raffaele Manca, un santo dimenticato


Nel 1728 arrivò a Taranto, nella comunità dei Gesuiti presenti nella città, P. Raffaele Manca, nato ad Arnesano nel 1692 e si distinse subito per l’intensa attività di evangelizzazione e caritativa verso i fedeli “più rozzi e abbandonati”. 
I Padri gesuiti organizzavano spesso delle Missioni popolari nelle terre limitrofe e P. Raffaele era sempre molto attivo in modo particolare quando si trattava di raggiungere i piccoli centri dove lasciava spesso delle realtà rinnovate nella Fede come a Mottola dove unificò le Confraternite del SS: Sacramento e del Rosario ed a Noci, dove le sue predicazioni contribuirono a fondare la Confraternita dell’Addolorata. 
Le cronache dell’epoca riportano della guarigione miracolosa di una ragazza in fin di vita le cui cure mediche risultarono vane a cui il Padre aveva applicato sulla parte malata un olio benedetto in onore di San Raffaele ed un’immaginetta dell’Arcangelo, come usava fare sempre mentre visitava gli ammalati.
Numerose furono le conversioni e le liberazioni da possessioni diaboliche effettuate durante le sue missioni in Puglia e nella Basilicata. 
Molto noto fu il “miracolo della cera” che avvenne un anno durante le celebrazioni in onore dell'Arcangelo Raffaele.
In quel periodo vi era carenza di cera e P. Raffaele per poter celebrare la festa di San Raffaele la chiese al Padre Rettore con promessa di pagare quella che si era consumata. Alla fine delle funzioni, dopo che le candele arsero per tutta la giornata davanti all'Immagine del Santo, con gran stupore di tutti quando si procedette al peso, si notò che questi era il medesimo calcolato prima delle funzioni, e che non se n'era consumato neanche un grammo
Morì il 15/10/1741 a Torricella mentre stava predicando una delle sue missioni, e subito si ebbe l’impressione di trovarsi di fronte ad un autentico santo, tanta era la fama che aveva guadagnato per il fervore delle sue predicazioni, l’eco dei miracoli e delle sue profezie che giunsero in tutta la Puglia. 
Nella Chiesa della Madonna della Salute, c’è la cappella con la statua di San Raffaele, che ricorda l’enorme contributo dato da Padre Raffaele alla diffusione del culto in onore dell’Arcangelo. 


La Festa Grande in onore della B. V. Addolorata

Il Culto dell'Addolorata nella città di Taranto, ha origine remota nella Chiesa di San Domenico ad opera del Canonico Vincenzo Cosa.
Questo culto devozionale, che si è affermato fortemente nella città vecchia richiama immense folle di fedeli tarantini e non, dando così un volto nuovo in questa zona non solo nella notte di Giovedì Santo.
Per questi motivi il nome dell'Addolorata fu aggregato alla già esistente Confraternita di San Domenico in Soriano fondata nel 1670.
Il venerato simulacro della Madonna è di autore ignoto di scuola napoletana del XVII secolo, il volto rappresenta in maniera straordinariamente realistica il dolore di Maria nella partecipazione alla Passione del Figlio.
Questa immagina della Madonna è la più cara ai tarantini, davanti la quale hanno pregato e pianto generazioni e generazioni di devoti.
Nel mese di Settembre, si solennizza il Trionfo dei Dolori, dall'8 al 15 si svolge in San Domenico il Settenario in onore di Maria SS. Addolorata.
Per questa occasione il Simulacro è rivestito con un abito bordato con lamine di argento e sul petto pende il Cuore di Suo Figlio.
Il suo manto nero trapuntato di stelle argentate copre il capo, sul quale è posata una corona incastonata di pietre di ogni tipo a far memoria che dopo la sofferenza della Madonna Addolorata vi è il trionfo nei cieli.
L’Immagine viene così solennemente esposto alla Venerazione con tutti gli onori che competono alla Regina del cielo. 
Il 15 Settembre la Chiesa commemora la Memoria della B.V. Addolorata e durante la S. Messa emettono la loro Professione i nuovi Confratelli e le nuove Consorelle che, dopo un anno di Noviziato, entrano ufficialmente a far parte della grande famiglia della Confraternita della SS. Addolorata e San Domenico.
La terza Domenica di Settembre, secondo la tradizione servitana, si svolge la Solenne Processione in suo onore.
In mattinata la Banda gira per la città suonando marce festose che annunciano il momento di festeggiare il trionfo di Maria Addolorata, è il momento della Festa Grande.

FESTA GRANDE
Apre la Processione il campanello, portato dal più giovane dei Confratelli appena aggregati, dietro di lui la Banda cui segue il Crocifisso con ai lati due fanali.
Quindi lo stendardo su cui è ricamato lo stemma della Confraternita con due Consorelle che reggono ai lati i lacci. Dietro di loro la sfilata delle Consorelle, con al petto lo scapolare con l'immagine della nostra amata Vergine Addolorata.
Ai Mazzieri è affidato il compito di tenere ordinata e compatta la Processione formata dai Confratelli in fila secondo l'anzianità che terminano con il Trono, composto dal Priore, che regge il bastoncino simbolo di comando, affiancato dal consiglio della Confraternita.
Segue il Simulacro della Vergine portato da quattro Confratelli in abito di rito e da quattro in abito nero che reggono le forcelle.
Dietro di lei la banda suona allegre Marce sinfoniche che annunciano alla cittadinanza l'arrivo maestoso del Simulacro che percorre le vie della città vecchia fino al rientro sotto le luminarie allestite sul Pendio San Domenico.
Il tempo di un’ ultima marcia, la salita delle scale ed il rientro in Chiesa accolta dai Confratelli, dalle Consorelle e da tutti i Fedeli.

 












La Madonna di Guadalupe, Regina delle Americhe

Sono oltre venti milioni i pellegrini che ogni anno visitano il santuario di Nostra Signora di Guadalupe in Messico, rendendolo il luogo di culto più frequentato e amato di tutta l'America latina. Il santuario sorge sulla collina del Tepeyac a nord di Città del Messico, dove la Vergine Maria è apparsa più volte a Juan Diego Cuauhtlatoatzin, un azteco convertito al cristianesimo tra il 9 e il 12 dicembre 1531,  
La mattina del 9 dicembre, mentre sta attraversando la collina del Tepeyac, Juan Diego e’ attratto da un canto di uccelli e dalla visione dolcissima di una Donna che lo chiama per nome con tenerezza. La Signora gli dice di essere "la Perfetta Sempre Vergine Maria, la Madre del verissimo ed unico Dio" e gli ordina di recarsi dal vescovo a riferirgli che desidera le si eriga un tempio ai piedi del colle. 
Juan Diego corre subito dal vescovo, ma non viene creduto. Tornando a casa la sera, incontra nuovamente sul Tepeyac la Vergine Maria, a cui riferisce il suo insuccesso e chiede di essere esonerato dal compito affidatogli, dichiarandosene indegno. 
La Vergine gli ordina di tornare il giorno seguente dal vescovo il quale, dopo avergli rivolto molte domande sul luogo e sulle circostanze dell’apparizione, gli chiede un segno.
La Vergine promette di darglielo l’indomani, ma il giorno seguente Juan Diego non puo’ tornare perché suo zio è gravemente ammalato e lui corre a cercare un sacerdote che confessi il moribondo; giunto in vista del Tepeyac decide di cambiare strada per evitare l’incontro con la Signora. Ma la Signora è la’, davanti a lui, e gli domanda il perche’ di tanta fretta. Juan Diego si prostra ai suoi piedi e le chiede perdono per non poter compiere l’incarico affidatogli presso il vescovo, a causa della malattia mortale dello zio. La Signora lo rassicura, annunciandogli la guarigione di suo zio e lo invita a salire sulla sommita’ del colle per cogliervi dei fiori. 
Juan Diego sale e con grande meraviglia trova sulla cima del colle dei bellissimi "fiori di Castiglia", cresciuti inaspettatamente sulla desolata pietra nel freddo di dicembre. L'indio li raccoglie nel suo mantello e li porta alla Vergine, la quale gli chiede di presentarli al vescovo come prova della verita’ delle apparizioni. Juan Diego ubbidisce e giunto al cospetto del presule, apre il suo mantello e all’istante sulla tilma si imprime e rende manifesta alla vista di tutti l’immagine della S. Vergine.
L'immagine ha il volto nobile, di colore bruno, mani giunte, vestito roseo, bordato di fiori. Un manto azzurro, trapuntato di stelle dorate, copre il suo capo e le scende fino ai piedi, che poggiano sulla luna. Maria non si presenta come una straniera ma come una di loro, una madre "morena" che comprende le sofferenze e le difficoltà dei suoi figli, in un momento storico terribile per la cultura azteca che è stata devastata dai conquistadores spagnoli.
Di fronte a tale prodigio, il vescovo cade in ginocchio, e con lui tutti i presenti. La mattina dopo Juan Diego accompagna il presule al Tepeyac per indicargli il luogo in cui la Madonna ha chiesto le sia innalzato un tempio.
L'immagine nel tempo è stata oggetto di numerosi studi scientifici che non sono riusciti a spiegarne l'origine. 
Il nome Guadalupe sarebbe stato dettato da Maria stessa a Juan Diego: alcuni hanno ipotizzato che sia la trascrizione in spagnolo dell'espressione aztecaCoatlaxopeuh, "colei che schiaccia il serpente" (cfr. Genesi 3,14-15), oltre che il riferimento al Real Monasterio de Nuestra Señora de Guadalupe fondato da re Alfonso XI di Castiglia nel comune spagnolo di Guadalupe nel 1340.
A perenne memoria dell'apparizione, sul luogo fu subito eretta una cappella, sostituita dapprima nel 1557 da un'altra cappella più grande, e poi da un vero e proprio santuario consacrato nel 1662. Nel 1976 è stata inaugurata l'attuale Basilica di Nostra Signora di Guadalupe. 
L'apparizione di Guadalupe è stata riconosciuta dalla Chiesa cattolica e Juan Diego è stato proclamato santo da Papa Giovanni Paolo II il 31 luglio 2002. Secondo la dottrina cattolica queste apparizioni appartengono alla categoria delle rivelazioni private.
Oggi la "Morenita" è venerata da milioni di fedeli di ogni razza e d'ogni condizione: uomini, donne, bambini, giovani e anziani, che vedono in lei la loro regina, salutandola con fiducia come stella dell’evangelizzazione dei popoli e sostegno degli indigeni e dei poveri. 




L'Immacolata vincerà

Domenica, 8 gennaio 1995, il Santo Padre Giovanni Paolo II, a conclusione dell'Angelus in piazza San Pietro, riferendosi ad uno striscione con la scritta "L'Immacolata vincerà" innalzato da un gruppo di pellegrini, ha concluso dicendo: E poi, anche io sono convinto che l'Immacolata vincerà!
Sia lodato Gesù Cristo!

A portare lo striscione in piazza San Pietro è gruppo di persone devote della Madonna secondo la formula di san Massimiliano Kolbe.
Il 6 dicembre 2020 Papa Francesco si rivolse a loro con la frase: "sono bravi quelli dell' Immacolata", ammirandone la presenza frequente in piazza San Pietro.


La Chiesa di San Michele in Taranto

L'origine del convento di San Michele, è dovuta a Giovanni Battista Protontino, esponente di una delle più antiche e nobili famiglie tarantine. Con testamento del 23/11/1649 dispose che, morendo senza figli legittimi naturali la sue erede universale, la sorella Laura, la rendita dei suoi beni sarebbe servita per fondare un monastero di "povere orfanelle" tarantine, che avrebbe assunto il nome di Cappuccinelle. La sorella, a sua volta, aggiunse un suo credito personale.
Nel 1713 venne benedetta la posa della prima pietra del monastero che, trovandosi a fianco di una cappella dedicata a S. Michele Arcangelo ne prese il nome.
Il 13/6/1763 l'Arcivescovo di Taranto Francesco Saverio Mastrilli, accompagnato dalle due direttrici, monache clarisse e da 10 fanciulle tarantine, lo dichiarò luogo di Clausura dopo che per trent'anni circa era stato adibito a dimora provvisoria degli Alcantarini, da poco insediatisi a Taranto.
Qui il giovane Francesco Antonio Pontillo, futuro S. Egidio Maria di San Giuseppe maturo' la sua vocazione riconoscendo nelle fattezze delle statue di San Pasquale Baylon e San Pietro d'Alcantara le due figure che in.sogno lo invitavano ad unirsi al loro ordine.
Agli inizi dell'Ottocento vi trasferì la sua sede, dal Convento di San Francesco, la Confraternita dell'Immacolata.
Con l'unità d'Italia l'Ordine fu soppresso nel 1864, le Cappuccinelle furono trasferite nel monastero di S. Chiara ed il convento fu trasferito a Caserma dei Carabinieri.
Nel 1868 la Chiesa rischiò di essere chiusa, ma per intervento del sindaco Francesco Paolo Carelli, fu acquisita dal Comune ed affidata alla Confraternita dell'Immacolata, per l'esercizio del Culto e delle proprie funzioni, con l'obbligo di continuare quelle pie pratiche già ivi esercitate come Quarantore, S. Sepolcro, la Celebrazione della S. Messa nei giorni festivi ecc. (giusto atto del Notaio Gaetano Portacci fu Nicola il 4/2/1868).
Sulla facciata della Chiesa una lapide, ricorda: "A GIOVAN BATISTA PROTONTINO ED AGLI ALTRI BENEFATTORI ETERNA PACE".
L'interno della Chiesa è l'unico esempio a Taranto di impianto sacro settecentesco caratterizzato dalla fastosità e dalla eleganza degli stucchi del 1756-57 opera del Tarantino Saverio Amodeo.
La Chiesa, a navata unica presenta due altari per lato.
Accanto al portone di ingresso c'è una statua di Santa Rita, quindi gli altari di S. Antonio, con un antico simulacro che era venerato in Cattedrale e quello di San Francesco di Paola, la cui statua proviene dalla Chiesa della Madonna della Pace.
Di fronte si trova l'altare di San Michele con la bellissima statua lignea del Santo, opera di Nicola Fumo. Accanto vi è l'altare del Crocifisso ed al centro della navata l'antico Simulacro di Maria SS. Immacolata, patrona della città di Taranto.
Sul presbiterio vi sono le tele della Visitazione, dell'Immacolata, dell'Annunciazione, dell'Assunzione, dell'Adorazione dei Pastori e della cattura di Cristo.
Nella controfacciata della Chiesa di S. Michele, una lapide del 1943 ricorda il bicentenario della liberazione di Taranto dal terremoto per intercessione dell‘Immacolata:

IL PIO SODALIZIO 
CHE MILITA ALL'OMBRA DEL VESSILLO
DI MARIA IMMACOLATA 
E NE PERPETUA ATTRAVERSO I SECOLI 
NEL PRODIGIOSO SIMULACRO 
LA CONTINUA DEVOZIONE 
NEL II CENTENARIO 
DELLA LIBERAZIONE DAL TERREMOTO 
ESAUDITI I VOTI DEL CLERO E DEL POPOLO TARANTINO 
PLAUDENTE L'ARCIVESCOVO F. BERNARDI 
NE TRAMANDA AI POSTERI 
LA SOLENNE PROCLAMAZIONE 
A CELESTE PATRONA 
DI QUESTA CITTA' BIMARE.
XX FEBBRAIO MCMXLIII

Dal 1999 la Chiesa è stata affidata al Sovrano Militare Ordine di Malta che ne ha curato il restauro, nei locali dell’ex convento ha trovato Sede il liceo Musicale Paisiello di Taranto.
All'interno della Chiesa la Confraternita dell'Immacolata continua a promuovere il culto alla Venerata Immagine che ha raccolto le preghiere di generazioni di tarantini e che dall'alto offre la sua materna intercessione alla città che riconosce in lei la sua celeste Patrona.


Maria, Regina della Pace

Il titolo "Regina della Pace" è associato alle apparizioni della Vergine Maria a Medjugorje, nell'attuale Bosnia. La Vergine Maria appare ancora a sei veggenti e si presenta come Regina della Pace, anche oggi i veggenti la vedono e trasmettono i suoi messaggi al mondo. 
Studiando questa immagine, che è ricca di simboli e significati possiamo osservare diversi aspetti interessanti. 
Il velo della Regina della Pace è bianco a simboleggiare la purezza della Vergine Maria. Lei è la tutta pura, senza macchie, senza peccato, senza falsità, senza secondi fini, senza bugie. Tutto quello che dice e fa è in obbedienza alla volontà di Dio. Non fa nulla per se stessa. Un altro significato che ci offre il velo è il suo essere agitato dal vento. Questo simboleggia che la Madonna conosce i venti contrari della vita, le difficoltà e i momenti di mancanza di pace, ma può portare la pace e calmare le tempeste. 
La mano destra di Nostra Signora Regina della Pace indica il suo cuore. Il significato di questo gesto è bello e profondo. Significa che, nelle tempeste della vita, il Cuore di Maria deve essere il nostro rifugio. Ci aiuta, ci conforta e ci dà forza. Il Sacro Cuore di Maria è un rifugio sicuro in tempi di difficoltà e problemi. 
La mano sinistra della Regina della Pace tesa simboleggia la chiamata amorevole che ci fa: "Vieni, figlio mio, figlia mia!" Dove "Lei risponde con il gesto della mano destra:" Per il mio cuore! " In esso troverai la vera pace. La pace che solo Gesù può dare, ma Maria può condurci a Lui. 
La tunica azzurra della Regina della Pace simboleggia il cielo. Significa che la Vergine Maria è in cielo e che il suo messaggio viene dal cielo. Se ascoltiamo i suoi insegnamenti e rispondiamo alle sue richieste, ci porterà in paradiso. 
Le nuvole lilla ai piedi della Regina della Pace simboleggiano l'alba. Nel simbolismo cristiano Gesù è il Sole della Giustizia e della Pace, quindi le nuvole lilla significano che il Sole della Pace sorgerà nelle nostre vite, se rispondiamo alla chiamata della Madonna. 
Maria condurrà sempre tutti gli uomini a Gesù. Il suo messaggio non è mai stato fine a se stesso; è sempre in Gesù e per Gesù.

La madonna di Tihalijina

Il Santuario di Tihalijina, è una chiesa francescana che sorge a circa 20 km. da Medjugorje. Qui fu parroco Padre Jozo Zovco, dal 1985 al 1991, dopo la sua esperienza a Medjugorjie che è coincisa con l'inizio delle apparizioni.
Nonostante le persecuzioni permanenti e le pressioni del regime comunista ha perseverato nell'accogliere i pellegrini e nel compiere opera di testimonianza cristiana.
In questa chiesa è custodita una immagine della Vergine Maria, di scuola italiana di una straordinaria dolcezza, celebre in tutto il mondo perchè riprodotta per rappresentare la Regina della Pace che è apparsa a Medjugorjie.
La Parrocchia è stata fondata nel 1889 con la costruzione di una piccola cappella intitolata a S. Elia. la costruzione della Chiesa cominciò nel 1921 e nel tempo è stata ostacolata dal regime comunista che esisteva in quei luoghi tanto che si dovette aspettare fino al 1968 per vederla finita e dedicata alla Immacolata Concezione ella Vergine Maria.
La statua della Vergine Maria fu portata da Roma nel 1971 e benedetta solennemente dal ministro provinciale dell'ordine insieme ad una moltitudine di fedeli.
Da allora è li, col suo sguardo dolce e materno che accoglie fedeli e pellegrini che si rifugiano in Lei confidando di trovare sollievo dalle proprie angustie.


Santa Lucia a Taranto

Il 13 Dicembre, giorno di Santa Lucia, è considerata la notte più lunga dell’anno,
in quanto in passato prima dell'adozione del calendario Giuliano coincideva con il solstizio d'inverno. Passata la lunga notte le giornate cominciano ad allungarsi pian piano.
Santa Lucia fu martirizzata a Siracusa durante le persecuzioni di Diocleziano, è considerata la protettrice della vista ed ha moltissimi devoti a Taranto ed in tutto il mondo. Viene festeggiata in Cattedrale con una S. Messa.
Nel Museo Diocesano si conserva un antico simulacro ligneo, rivestito di un abito, che in passato veniva venerato nella Basilica Cattedrale, prima di essere sostituito con un altro di fattura più moderna in legno dipinto. Con questa immagine tra il 1995 ed il 2000 si è svolta la Processione in onore della Santa al suono delle tradizionali Pastorali tarantine.
Attualmente continua a svolgersi la Processione organizzata ogni anno dalla Parrocchia di S. Lucia in via Millo.
Nel maggio del 2014, nelle giornate tra il 2 ed il 4, questa Parrocchia ha avuto il privilegio di ospitare il corpo della Santa mentre tornava a Venezia proveniente da Erchie, città in cui esiste un santuario dedicata alla Santa, molto caro ai cittadini di Taranto.
Furono giornate di grande intensità spirituale e devozionale in cui i Tarantini hanno potuto rendere omaggio alle reliquie della Santa.
Si racconta che il corpo, prelevato a Siracusa nel 1040 dai Bizantini di Giorgio Maniace, giunse a Costantinopoli; da qui è stato successivamente trafugato dai Veneziani che conquistarono la capitale bizantina nel 1204, che lo condussero a Venezia, dove attualmente è venerato nella chiesa di San Geremia.
« Memoria di santa Lucia, vergine e martire, che custodì, finché visse, la lampada accesa per andare incontro allo Sposo e, a Siracusa in Sicilia condotta alla morte per Cristo, meritò di accedere con lui alle nozze del cielo e di possedere la luce che non conosce tramonto. »
                       (Martirologio Romano)


'U Bammine all'erte

La processione di Gesu’ Bambino “all'erte” si svolge la mattina del giorno dell’Epifania, ha inizio dalla Chiesa di San Domenico e percorre le vie del Centro Storico di Taranto accompagnata dai Confratelli della Confraternita del SS. Nome di Dio; È caratterizzata dalla festosa partecipazione dei bambini, che partecipano entusiasti suonando a turno il campanello che, come tradizione vuole, apre la Processione.
Accompagnano la Processione i fanali, in rappresentanza delle Confraternite della città, a cominciare dai Sodalizi che insieme a questa curano le celebrazioni del Natale a Taranto, quelli della SS. Trinità dei Pellegrini e dell'Immacolata, che scortano ai lati la Sacra Immagine.
La Statua del Bambino, che a Taranto è detto "all'erte", vale a dire in piedi, per distinguerla da un'altra immagine molto cara ai tarantini che viene detta "curcate", è stata donata alla Confraternita nei primi anni del XX secolo ed montata su un trono di angeli, opera del cartapestaio leccese Carretta.
La confraternita del Nome di Dio fu fondata nel 1580 nella chiesa di San Domenico Maggiore di Taranto, per volere dei padri domenicani, i primi a praticare questa devozione per offrire la riparazione per le bestemmie che lo offendevano. Nata nel medioevo, si diffuse anche nell'ordine francescano grazie soprattutto all'opera instancabile di San Bernardino da Siena.
Il sodalizio celebrava la festa del Santissimo Nome di Dio, che cadeva ogni 1º gennaio (in seguito spostata dal Concilio Vaticano II al 3 gennaio), ed in quella data si è svolta la Processione del bambino fino all'anno 1956, in cui si svolse per l'ultima volta.
Nel 1976 la Processione fu ripresa in un periodo di riscoperta delle tradizioni religiose che è andato crescendo fino ai giorni nostri.
A causa delle abitudini della popolazione di festeggiare il capodanno con botti sempre più forti e numerosi, dal 1988 la Processione è stata spostata alla mattina dell’Epifania, giorno che tradizionalmente segna la fine delle feste natalizie, in cui si ascoltano le ultime note delle pastorali ed in cui in molte case i Presepi vengono smontati. In altre (più legate alle tradizioni) resteranno fino al 2 Febbraio, festa della Candelora quando il periodo del Natale a Taranto, cominciato il 22 Novembre, può dirsi definitivamente concluso.
"perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre."
     - San Paolo, lettera ai Filippesi -



Santa Cecilia, l'alba della tradizione

Le tradizioni del natale tarantino iniziano alle prime luci dell’alba della mattinata del 22 Novembre, giorno di Santa Cecilia, quando le bande si ritrovano per strada per suonare le tradizionali “Pastorali”.
Le “Pastorali” sono composizioni per banda che richiamano con la loro dolce melodia le soffuse atmosfere della grotta di Betlemme; le prime sono state scritte verso la metà del ’800.
La prima “pastorale” fu scritta da Giovanni Ippolito nel 1870, e rimane tutt’ora una delle più eseguite.
In seguito ne furono composte diverse da noti musicisti locali.
Le Pastorali che attualmente vengono eseguite dalle bande locali sono, oltre a quella citata di Ippolito, quelle composte da Caggiano, Colucci, De Benedictis, Bembo, Vernaglione (2), Battista(2) e Lacerenza(2).
A queste vanno aggiunte le pastorali composte di recente dai Maestri Simonetti (Betlemme) e Gregucci (Aurore Natalizie).
Le Bande che attualmente operano a Taranto, e che animano tutte le tradizioni tarantine sono: La Banda “G. Paisiello” diretta dal M° Vincenzo Simonetti, la Banda “Lemma” coordinata dal Sig. Berardino Lemma, la Banda “Santa Cecilia” diretta dal M° Giuseppe Gregucci, e la Banda “Città di Crispiano” diretta dal Maestro Francesco Bolognino.
La mattina di Santa Cecilia, patrona dei musicisti secondo un'antica tradizione, le bande per festeggiare la loro protettrice cominciano il loro tradizionale giro mentre per le case si cominciano a friggere le prime “pettole”.
Le “pettole” sono il dolce tradizionale del Natale tarantino, nati in tempi in cui i soldi scarseggiavano e quando bastava poco per far festa: farina, acqua e lievito.
Da alcuni anni in Cattedrale viene svolta la Festa Religiosa in onore di Santa Cecilia in cui i Confratelli della Confraternita di San Cataldo portano in Processione la statua della Santa, opera lignea degli anni 90, che si conserva nella Basilica.
In questo modo viene dato un senso religioso ad una ricorrenza che è soprattutto popolare legata alla memoria storica di tempi passati che si rinnovano di anno in anno tra il dolce suono delle pastorali ed il profumo delle pettole.



27 maggio 2025

Apparizione della Madonna a La Salette

La Salette è un villaggio del sud-est della Francia, nella regione delle Rhône-Alpes, qui due ragazzi che portavano a pascolare le loro mucche sul monte Planeau ebbero l’apparizione della Vergine Maria. Sono Massimino Giraud e Melania Calvat, ed hanno 11 e 14 anni. Sono le tre del pomeriggio, di sabato. 19 settembre 1846 ed i pastorelli scorgono un globo di luce in mezzo all’avallamento, diranno poi: “Era come se fosse il sole caduto in quel luogo". 
Nella luce abbagliante scorgono una donna seduta sopra un sasso, con i gomiti sulle ginocchia ed il viso nascosto tra le mani.
E’ vestita come le donne di quel villaggio: un abito che le scende fino ai piedi, uno scialle, una cuffia sulla testa, un grembiule annodato attorno ai fianchi. La cuffia, l’orlo dello scialle e i piedi sono ornati da ghirlande di rose.
Accanto alle rose dello scialle è visibile una pesante catena, mentre al petto porta un crocifisso con ai lati un paio di tenaglie e un martello. La Signora è avvolta da una luce, emanata dal crocifisso che porta al collo.
Il martello sta a rappresentare i peccati che inchiodano Gesù alla croce, le tenaglie simboleggiano i cristiani che cercano di schiodere Gesù dalla croce mediante una vita di santità e di fedeltà al Signore. In basso un techio con i femori incrociati simboleggia la morte, inevitabile per gli esseri umani, sta a significare l’urgenza della salvezza
Dopo essersi alzata in piedi, affida ai pastorelli un messaggio con l’incarico di «farlo sapere a tutto il suo popolo». La Vergine ammonisce per i peccati che commettono gli uomini, annunciando l’Inferno per chi persevera in quei comportamenti e il perdono per chi si converte. Il colloquio avviene prima in francese poi in dialetto, ed infine ancora in francese.

IL MESSAGGIO
"Avvicinatevi figli Miei, non abbiate paura: sono qui per annunciarvi un grande messaggio. Se il Mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciar libero il braccio di Mio Figlio. Esso è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo.
Da quanto tempo soffro per voi! Poiché ho ricevuto la missione di pregare continuamente Mio Figlio, voglio che non vi abbandoni, ma voi non ci fate caso. Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi.
Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservato il settimo, e non me lo volete concedere. È questo che appesantisce tanto il braccio di Mio Figlio!
Anche i carrettieri non sanno che bestemmiare il nome di Mio Figlio.
Queste sono le due cose che appesantiscono tanto il braccio di Mio Figlio.
Se il raccolto si guasta la colpa è vostra. ve l’ho fatto vedere l’anno passato con le patate: voi non ci avete fatto caso. Anzi quando ne trovavate di guaste bestemmiavate il nome di Mio Figlio. Esse continueranno a marcire e quest’anno, a Natale non ve ne saranno più…"
Melania non comprende la parola "patate" e crede che la Madonna abbia detto "mele". La Signora, intuendo le difficoltà di comprensione di Melania , chiarisce meglio dicendo:
"Voi non capite, figli Miei, ve lo dirò in altro modo: se avete del grano, non seminatelo. Quello seminato sarà mangiato dagli insetti e quello che maturerà cadrà in polvere al momento della battitura. Sopraggiungerà una grande carestia. Prima di essa i bambini al di sotto dei sette anni saranno colpiti dai tremiti e moriranno tra le braccia di coloro che li terranno. Gli altri faranno penitenza con la carestia. Le noci si guasteranno e l’uva marcirà".
Il dialogo tra la Signora e i veggenti continua con l’affidamento di un segreto.
 Dopo aver comunicato il segreto a Melania e Massimino la Signora prosegue dicendo:
"Se si convertono, le pietre e le rocce si muteranno in mucchi di grano e le patate nasceranno da sole nei campi".
Quindi confidenzialmente e maternamente la Vergine dice ai suoi amici:
"Dite la vostra preghiera, figli Miei’?"
"Non molto Signora" - rispondono
"Ah, figli Miei, bisogna dirla e bene, sera e mattino. Quando non avete tempo, dite almeno un Padre Nostro o un’Ave Maria. Quando potrete far meglio, ditene di più.
A messa, d’estate, vanno solo alcune donne più anziane. Gli altri lavorano di domenica, tutta l’estate. D’inverno, quando non sanno che fare, vanno a messa ma per burlarsi della religione. In quaresima vanno alla macelleria come cani. Avete mai visto del grano guasto, figli Miei?"
"No, Signora!" - rispondono i ragazzi.
Ora la Signora si rivolge a Massimino :
"Ma tu, figlio Mio, devi averlo visto una volta con tuo padre nel campo del Coin. Il padrone del campo disse a tuo padre di andare a vedere il suo grano guasto. Vi andaste tutti e due, prendeste in mano due o tre spighe, le stropicciaste e tutto cadde in polvere. Al ritorno, quando eravate a mezz’ora da Corps, tuo padre ti diede un pezzo di pane dicendoti: "prendi, figlio mio, mangia ancora del pane quest’anno perché non so chi ne mangerà l’anno prossimo, se il grano continua in questo modo"
"Ho, si Signora, ora ricordo. Prima non me lo ricordavo più".
Il colloquio con la Vergine ha termine con un accorato appello:
"Ebbene, figli Miei, lo farete conoscere a tutto il popolo. Andiamo, figli Miei, fatelo conoscere a tutto il popolo".
Detto ciò si eleva da terra e, lentamente si solleva verso il Collet. Qui è raggiunta dagli sguardi attoniti di Massimino e Melania che vedono la Sua figura dileguarsi e confondersi con la luce di cui è avvolta, quindi scompare anche la luce.

Il messaggio della Vergine parla di una profezia che si è realmente avverata. La Madonna, infatti, ricorda ai ragazzi che l’anno precedente, il 1845, le patate erano marcite e profetizza che avrebbero continuato a marcire al punto che a Natale non ce ne sarebbero più state. Lo stesso dice del grano e dell’uva, informandoli che si sarebbe verificata una grande carestia.
Effettivamente nel 1845 un fungo, che fu individuato nella Phytophthora infestans, aveva iniziato a distruggere i raccolti di patate, che erano l’alimento principale della popolazione. L’anno successivo, quello in cui la Madonna era comparsa ai due fanciulli, i contadini avevano piantato semi infetti, per cui tutto il raccolto andò in rovina. Il fenomeno non riguardò solo la Francia ma si verificò in tutta l’Europa.
Ancora ai giorni nostri si studiano le ragioni di quell’epidemia. Come la Vergine aveva preannunciato, anche all’uva non capitò di meglio. Lo storico Vittorio Messori inoltre racconta che l’anno dopo le apparizioni fece la sua comparsa un fungo parassita che aggredisce l’uva, spargendo una malattia detta ‘oidio’. Si tratta di una malattia della vite che mai si era vista in Francia prima di allora.

In seguito i due fanciulli racconteranno il messaggio prima ai loro padroni e poi al parroco.
La notizia della presunta apparizione si diffonde rapidamente. Il primo pellegrinaggio avvenne il 24 novembre e fu guidato dai due ragazzi. Il 31 maggio 1847 avvenne un altro pellegrinaggio durante il quale viene posta una croce sulla montagna con la partecipazione di 5.000 fedeli. Il 19 Settembre dello stesso anno, in occasione dell’anniversario erano 50.000 ad accorrere in pellegrinaggio.
Negli anni successivi alle apparizioni, i due ragazzi non si contraddissero mai sulla storia dell'apparizione, nonostante fossero stati interrogati separatamente. 
Massimino andò ad Ars per tre volte, per incontrare Giovanni Maria Vianney, ma a causa di dissidi con l'assistente sacerdote di Vianney, ci fu un malinteso, risolto solo dopo 8 anni e il Curato ha confermato ancora una volta la sua fede nelle apparizioni.
La resistenza all'interno della Chiesa francese non scomparve del tutto. Il cardinale Bonald non credeva che l'apparizione fosse autentica e sospettava un inganno: richiese allora ai ragazzi di rivelargli i segreti, millantando di avere un mandato speciale dal Papa. I ragazzi acconsentirono alla richiesta. Il 2 e il 6 luglio 1851 scrissero un resoconto dell'apparizione e i segreti che la Vergine Maria aveva loro comunicati. Melania , che scrisse il suo testo al convento delle sorelle della Provvidenza di Corenc, redasse solo una versione abbreviata del segreto e insistette perché entrambi i testi fossero inviati direttamente al Papa. 
Ci furono molte indagini sulla natura dell’apparizione che, nel suo quinto anniversario, venne ufficialmente approvata tramite un comunicato del vescovo diocesano di cui riportiamo un piccolo estratto: «L’apparizione ha in sé tutte le caratteristiche della verità … i fedeli sono giustificati a credere al di là di ogni dubbio e con certezza … Quindi, al fine di tributare la nostra più sentita gratitudine a Dio e alla gloriosa Vergine Maria, autorizziamo la devozione a Nostra Signora della Salette. Consentiamo che il clero predichi questo grande evento e che ne tragga conseguenze pratiche e morali…»

Massimino in seguito si spostò da un seminario all’altro, per poi darsi alla medicina ed a diversi lavori. Fece il farmacista, entrò negli zuavi pontifici a Roma e dopo essere tornato in Francia, subì una truffa da un commerciante di liquori che sfruttò la sua immagine per aumentare le vendite. Infine si arruolò nell’esercito imperiale. Morì il 1 Marzo 1875, dopo aver visitato la Salette per l’ultima volta proclamando il suo amore per La Salette con queste parole: «Io credo fermamente, perfino a costo dello spargimento del mio sangue, nella famosa apparizione della Santissima Vergine sulla sacra montagna di La Salette, il 19 settembre 1846, apparizione che ho difeso con la parola e la sofferenza. ... È con questo spirito che do il mio cuore a Nostra Signora di La Salette.»

Melania fu collocata nel convento delle Suore della Provvidenza a Corenc dove ebbe luogo la sua vestizione religiosa nel 1851. Era solita sedersi circondata da ascoltatori mentre raccontava storie della sua infanzia e nel 1854 il Vescovo le negò il permesso per la professione religiosa non ritenendola matura abbastanza. Melania sosteneva che il motivo del rifiuto era di ottenere il favore dell’imperatore Napoleone III. In seguito a questo rifiuto si trasferì in un convento di suore della carità dove si dedicò ad aiutare i poveri. In un periodo difficile per la chiesa francese, che cercava di mantenere la neutralità tra le fazioni di Napoleone e dei monarchici, Melania continuava a ripetere le parole delle apparizioni e prese una posizione ferma contro la Massoneria.
Questo provocò le ostilità del clero che la costrinsero a viaggiare in Inghilterra prima ed in Italia dopo per allontanarsi dalle polemiche politiche francesi.
Visse per 17 anni a Castellammare di Stabia dove scrisse il suo segreto, visitò la Salette l’ultima volta il 19 Settembre del 1902.
Il 14 Dicembre 1904 morì nella sua casa di Altamura, dove aveva trovato rifugio nascondendo la sua vera identità che fu rivelata soltanto dopo la sua morte.
Ora riposa ad Altamura nell’Istituto delle Figlie del Divino Zelo. 

IL SEGRETO
La Madonna avrebbe rivelato a ciascuno dei due ragazzi un segreto diverso. Questi li scrissero a Papa Pio IX il 2 luglio 1851. C'è molta confusione sui messaggi di La Salette; Melania ha steso un’altra versione del segreto che fu pubblicata il 15 novembre 1879 a Lecce con l’imprimatur dell’arcivescovo Mons. Salvatore Zola, del quale è aperta la causa di beatificazione.
Questa versione fu ristampata a Lione nel 1904 in occasione della morte di Melania e fu condannata dalla chiesa ed inserita nell’indice dei libri proibiti con decreto del 9 Maggio 1923.
Va precisato che la Chiesa non ha condannato il segreto in sé (cioè la parte segreta del messaggio che la Madonna rivelò a Melania nel 1846) ma solo la versione pubblicata dalla veggente nel 1879. Ma già prima del 1923 la Santa Sede aveva cercato di mettere un freno alla diffusione di quella versione del "segreto" e di altre versioni non ufficiali che circolavano a quel tempo, nonché dei tanti scritti che trattavano del "segreto"; si era visto infatti che questi scritti venivano usati da alcuni per attaccare la Chiesa, inoltre le tante illazioni che erano nate su di esso rischiavano di arrecare grave danno alle apparizioni stesse. Per tali ragioni nel 1915 il Santo Uffizio aveva vietato espressamente a chiunque, laici o membri del clero, di studiare o discutere pubblicazioni riguardanti il "segreto di La Salette" senza espressa autorizzazione del proprio vescovo.

Melania ciò che sto per dirti ora, non resterà sempre segreto; lo potrai pubblicare nel 1858. I Sacerdoti, ministri di mio Figlio, i sacerdoti con la loro cattiva vita, con la loro irriverenza ed empietà nella celebrazione dei Santi Misteri, con l’amore per i soldi, con l’amore per l’onore ed i piaceri, i sacerdoti sono diventati delle cloache d’impurità. I sacerdoti domandano vendetta, e la vendetta è sospesa sulle loro teste. Guai ai preti e alle persone consacrate a Dio, che con la loro infedeltà e la loro cattiva vita, crocifiggono di nuovo mio Figlio! I peccati delle persone consacrate a Dio, gridano verso il cielo e richiedono vendetta, ed ecco che la vendetta è alla loro porta, non vi è infatti più alcuno che implori misericordia e perdono per il popolo; non vi sono più anime generose, non vi è più nessuno degno di offrire la Vittima senza macchia all’Eterno in favore del mondo. Dio colpirà in modo senza pari. Guai agli abitanti della terra! Dio darà fondo alla sua collera e nessuno potrà sottrarsi a tanti mali messi insieme.
I capi e i conduttori del popolo di Dio hanno trascurato la preghiera e la penitenza e il demonio ha ottenebrato la loro intelligenza, essi sono diventati delle stelle erranti che il vecchio diavolo trascinerà con la sua coda per farli perire. Dio permetterà al vecchio serpente di mettere divisioni tra i regnanti, in ogni società ed in ogni famiglia. Si soffriranno pene fisiche e morali; Dio abbandonerà gli uomini a se stessi, e manderà dei castighi che si succederanno per oltre trentacinque anni. La Società è alla vigilia dei flagelli più terribili e dei più grandi avvenimenti; ci si deve aspettare di essere governati con una verga di ferro ed a bere il calice della collera di Dio.
Che il Vicario di mio Figlio il Sommo Pontefice Pio IX non esca da Roma dopo il 1859; ma che sia fermo e generoso e combatta con le armi della fede e dell’amore; io sarò con lui. Che non si fidi di Napoleone; il suo cuore è doppio, e allorché vorrà essere simultaneamente Papa ed Imperatore, presto Dio l’abbandonerà ; lui è quell’aquila che volendo sempre più innalzarsi, cadrà sulla spada di cui voleva servirsi per costringere i popoli ad innalzarlo. L’Italia sarà punita per l’ambizione di voler scuotere il giogo del Signore dei Signori; per cui sarà abbandonata alla guerra; il sangue scorrerà per ogni dove; le chiese saranno chiuse o profanate; i preti e i religiosi saranno scacciati, saranno fatti morire e morire di una morte crudele. Diversi abbandoneranno la fede, ed il numero dei preti e dei religiosi che si separeranno dalla vera religione sarà grande; fra queste persone vi saranno anche dei vescovi. Che il Papa si tenga in guardia dai facitori di miracoli, è venuto infatti il tempo in cui sia in aria che sulla terra vi saranno i prodigi più sbalorditivi.

Nell’anno 1864, Lucifero con un gran numero di demoni saranno staccati dall’inferno; essi, piano piano, aboliranno la fede, anche nelle persone consacrate a Dio, li accecheranno in tal modo che, senza una speciale grazia, queste persone finiranno per prendere lo spirito di questi angeli perversi; diverse case religiose perderanno completamente la fede e perderanno molte anime.
I libri cattivi abbonderanno sulla terra, e gli spiriti delle tenebre spanderanno dappertutto un rilassamento universale per quel che concerne il servizio di Dio; essi avranno un grandissimo potere sulla natura: vi saranno delle chiese per servire questi spiriti. Delle persone saranno trasportate da un luogo all’altro da questi cattivi spiriti, ed anche dei preti, perché non seguiranno lo spirito del Vangelo che è spirito d’umiltà , di carità e di zelo per la gloria di Dio.
Si faranno risuscitare dei morti e dei giusti. (Cioè che questi morti assumeranno la fisionomia delle anime giuste che erano vissute sulla terra per meglio sedurre gli uomini; questi cosiddetti morti risuscitati, che poi non sono altro che il demonio in quelle sembianze, predicheranno un altro Vangelo contrario a quello del vero Gesù Cristo, negando l’esistenza del Cielo ed anche delle anime dei dannati. Tutte queste anime appariranno come unite al loro corpo). In ogni luogo vi saranno prodigi straordinari poiché, essendosi spenta la vera fede, la falsa luce rischiara il mondo.
Guai ai Principi della Chiesa che saranno intenti ad ammassare soltanto ricchezze su ricchezze, a salvare la propria autorità e a dominare con orgoglio! Il Vicario di mio Figlio dovrà soffrire molto, poiché per un certo tempo la Chiesa sarà data a grandi persecuzioni; e questo sarà il tempo delle tenebre; la Chiesa subirà una crisi spaventosa. La santa fede di Dio essendo dimenticata, ogni individuo vorrà guidarsi da solo ed essere superiore ai suoi simili. Saranno aboliti i poteri civili ed ecclesiastici, ogni ordine ed ogni giustizia saranno calpestati; non si vedrà che omicidi, odio, gelosia, menzogna, discordia, senza amore per la patria né per la famiglia.
Il Santo Padre soffrirà molto, Io sarò con lui fino alla fine, per ricevere il suo sacrificio. I cattivi attenderanno diverse volte alla sua vita senza poter nuocere ai suoi giorni; ma né lui né il suo successore… vedranno il trionfo della Chiesa di Dio. I governanti avranno tutti un medesimo progetto, che sarà di abolire e fare scomparire tutti i princìpi religiosi per sostituirli con il materialismo, l’ateismo, lo spiritismo, e ogni sorta di vizi. Nell’anno 1865 si vedrà l’abominio nei luoghi santi; nei conventi i fiori della Chiesa saranno putrefatti e il demonio diventerà come il re dei cuori. Coloro che sono a capo delle comunità religiose si guardino dalle persone che esse devono ricevere, perché il demonio userà tutta la sua malizia per introdurre negli ordini religiosi delle persone dedite al peccato, perché i disordini e l’amore dei piaceri carnali saranno diffusi su tutta la terra.
La Francia, l’Italia, la Spagna e l’Inghilterra saranno in guerra: il sangue scorrerà per le strade; il francese combatterà contro il francese, l’italiano contro l’italiano, vi sarà poi una guerra generale che sarà spaventevole. Per qualche tempo Dio non si ricorderà più della Francia né dell’Italia, perché il Vangelo di Gesù Cristo non è più conosciuto. I malvagi useranno tutta la loro astuzia; ci si ucciderà, ci si massacrerà reciprocamente perfino nelle case. Al primo colpo della Sua spada fulminante le montagne e la natura tutta tremeranno di spavento perché i disordini e i crimini degli uomini trafiggono la volta celeste. Parigi sarà bruciata e Marsiglia inghiottita; molte grandi città saranno scosse e inghiottite da terremoti; si crederà che tutto è perduto; non si vedranno che omicidi; non si sentiranno che colpi d’arma e bestemmie.
I giusti soffriranno molto, le loro preghiere, la loro penitenza e le loro lacrime saliranno fino al Cielo e tutto il popolo di Dio chiederà perdono e misericordia e chiederà il Mio aiuto e la Mia intercessione. Allora Gesù Cristo con un atto della Sua misericordia grande per i giusti comanderà ai Suoi angeli che tutti i Suoi nemici siano messi a morte. Improvvisamente i persecutori della Chiesa di Gesù Cristo e tutti gli uomini dediti al peccato moriranno e la terra diventerà come un deserto. Allora si farà la pace, la riconciliazione di Dio con gli uomini; Gesù Cristo sarà servito, adorato e glorificato; dappertutto fiorirà la carità.
I nuovi re saranno il braccio destro della Santa Chiesa, che sarà forte, umile, pia, povera, zelante e imitatrice delle virtù di Gesù Cristo. Il Vangelo sarà predicato dappertutto e gli uomini faranno grandi progressi nella fede perché vi sarà unità tra gli operai di Gesù Cristo e perché gli uomini vivranno nel timore

Cerca nel blog

più popolari: